Marco Liera, Il Sole 24 Ore 30/10/2011, 30 ottobre 2011
PER I PIANI DI RISPARMIO VANTAGGI FISCALI MA NON TROPPO - I
piani di risparmio introdotti con la manovra di Ferragosto (ma di cui si aspetta il completamento della disciplina) sono attesi da gestori di fondi comuni e compagnie Vita come un sostegno strutturale a volumi e commissioni. La tassazione dei rendimenti al 12,5% anziché al 20% che verrà applicata ai rendimenti dei piani di risparmio finanziari e assicurativi viene ritenuta una misura abbastanza efficace per continuare ad attrarre i clienti. Il provvedimento ha una sua logica: si premiano i risparmiatori che investono nel lungo periodo, senza mordi-e-fuggi. È chiaro che una incisiva azione di marketing potrà far comprendere e apprezzare questo vantaggio. Ma il beneficio fiscale appare un po’ troppo esiguo in relazione a due importanti alternative di investimento:
a) I fondi pensione. Il regime fiscale che grava sulla previdenza complementare è il più favorevole. A differenza dei futuri piani di risparmio e delle forme di investimento libere, i contributi sono deducibili fino al tetto di 5.146 euro all’anno, consentendo un risparmio quasi immediato pari al prodotto del versamento con l’aliquota marginale Irpef dell’iscritto. I rendimenti sono tassati all’11% anziché al 12,5% o al 20%. Le prestazioni (capitale o rendita), al netto dei rendimenti già tassati, sono soggetti a tassazione separata con aliquote discendenti dal 15 al 9% in base agli anni di permanenza del fondo. Dopo 8 anni di iscrizione il 30% del montante maturato è liquidabile per qualsiasi motivo con la prestazione tassata al 23%. Pertanto, oltre al differimento dell’imposta, questo prelievo anticipato offre un vantaggio specie a chi ha un’aliquota marginale Irpef oltre il 23%. Chi ha un fondo pensione da almeno 8 anni e risparmio aggiuntivo a disposizione troverà più conveniente destinarlo al primo anziché a un piano di risparmio, perché potrà liquidarlo successivamente senza vincoli temporali con un risparmio fiscale dato dal differimento dell’imposta, dal differenziale tra la propria aliquota marginale Irpef e il 23%, e dall’aliquota dei rendimenti all’11 anziché al 12,5%. E probabilmente, nel caso dei fondi pensione negoziali, godrà anche di costi inferiori. I limiti dell’investimento nei fondi pensione sono rappresentati dai vincoli di durata e dal fatto che sono strumenti riservati (quasi) solo ai lavoratori. O per lo meno, per i benefici fiscali occorre che si percepiscano redditi tassati Irpef.
b)I titoli di Stato ed equiparati e i buoni postali. Anche dopo il 1° gennaio 2012 i rendimenti di questi strumenti (inclusi titoli di Stato di Paesi esteri white list e obbligazioni di enti sovranazionali) continueranno a subìre la ritenuta del 12,5% - la stessa dei piani di risparmio - anziché quella "ordinaria" del 20% senza vincoli di durata. Si tratta di un’area enorme di strumenti finanziari, fra i più adatti alla clientela prudente, che non teme la concorrenza dei piani di risparmio. Si noti che i fondi comuni, gli Etf e le polizze Vita saranno in ogni caso tassati al 12,5% anziché al 20% per la parte di rendimento attribuibile a questi strumenti "agevolati". Di per sé, il trattamento fiscale sui rendimenti ha raramente giustificato significativi trasferimenti di risparmio. Le decisioni finanziarie sono funzioni di molteplici ragioni, alcune razionali altre meno. Resta il fatto che la riforma della tassazione delle rendite che entrerà in vigore tra un paio di mesi rischia di aumentare anziché ridurre le asimmetrie e quindi le distorsioni nelle decisioni di investimento dei risparmiatori.