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 2011  ottobre 30 Domenica calendario

DIFFICILE DEBUTTARE CON UN TAGLIO DEI TASSI

Potrà tagliare i tassi? È la domanda che si pongono molti analisti, parlando della "prima volta" di Mario Draghi. Già, perché Eurolandia ne avrebbe bisogno - anche se non sarà una riduzione di 0,25 o anche 0,50 punti a cambiare le sue sorti - mentre tanti dubitano che il nuovo presidente vorrà davvero farlo.

Sgombriamo il campo dagli equivoci. Il problema non è il fatto che Draghi è italiano, e deve quindi dimostrare di essere meno "italiano" di tutti, meno condizionato dai problemi del suo Paese. Il punto è che il primo passo del presidente della Bce, in un momento di turbolenza, sarà esaminato dagli investitori con particolare severità.

Cominciare con un allentamento, allora, potrebbe "sembrare brutto", cosa non secondaria in un mondo in cui la reputazione conta, e come. «Con riluttanza, abbiamo deciso di spostare a dicembre la data prevista per il taglio di 0,25 punti» spiega Greg Fuzesi di JPMorgan. Secondo l’analista, i tempi sarebbero maturi per un allentamento: «L’indice Pmi sulla produzione è a quota 47,2, in pieno territorio di "taglio tassi"», dal momento che sotto quota 50 segnala contrazione. La stessa Bce, ricorda poi, ha raffreddato la sua retorica sui rischi di inflazione. Eppure giovedì, pensa Fuzesi, non se ne farà nulla. «Per presentarsi meglio - dice - sarebbe più facile per il nuovo presidente spiegare l’allentamento facendo riferimento alle previsioni di dicembre dello staff della Bce. Aspettare farà relativamente pochi danni, ora che le tensioni finanziarie globali sembrano meno acute». Non mancano altre considerazioni: la necessità di fare ancora pressioni sui Governi, e anche l’italianità di Draghi. Oltre alle dichiarazioni dei governatori della Bce, che non lasciano molto spazio a un allentamento immediato.

L’opinione di Fuzesi non è isolata. «Difficilmente Draghi partirà con un taglio dei tassi» è il titolo del report di Citigroup, elaborato da Jürgen Michels, Guillaume Menuet e Michael Saunders. «Non vogliamo porre troppa enfasi sul tema della reputazione del nuovo presidente, crediamo che ci sia un problema di reputazione di tutta la Bce: con l’inflazione vicina al 3%, e non "sotto ma vicino al 2%", che è il suo obiettivo di stabilità dei prezzi, troverà un forte ostacolo a un allentamento». Peserà anche la necessità di non lanciare segnali sbagliati, mentre continuano gli acquisti di titoli di Stato. Non a caso Draghi ha subito detto - in linea con il predecessore Jean-Claude Trichet - che queste operazioni hanno lo scopo di evitare malfunzionamenti sui mercati che danneggino il meccanismo di trasmissione della politica monetaria; e niente di più. Tutti gli analisti lo hanno notato.

Nessuno si nasconde che un taglio era già stato discusso a ottobre, e che l’inflazione core - quella governabile dalla politica monetaria - è all’1,6%. Non tutti sono quindi d’accordo sul rinvio: Barclays e BankofAmerica si aspettano un allentamento di 0,25 punti giovedì, mentre Barclays e la stessa Citigroup pensano che a dicembre il taglio dovrà poi essere incisivo, di mezzo punto. Niente si può davvero escludere, allora; ma le argomentazioni a favore di un rinvio hanno più di qualche validità.