Roger Scruton, Saturno-il Fatto Quotidiano 28/10/2011, 28 ottobre 2011
JOHN RUSKIN, PROFETA NO TAV - OGNI PROGRESSO
scientifico viene accolto calorosamente da chi ne intravede un possibile utilizzo. Viene deplorato invece da quelli che non ne scorgono una possibile utilità. La storia non ha registrato le proteste che circondarono l’invenzione della ruota, ma sicuramente parla di quelle che riguardarono l’invenzione della ferrovia. Per il grande critico e filosofo sociale John Ruskin, la ferrovia rappresentava uno spietato assalto alla tranquillità rurale; distruggeva l’anima dei luoghi, sradicava comunità, invadeva la campagna con la sua bruttezza rivestita d’acciaio e un’espansione urbana incontrollata. Ci metteva tutti in movimento, quando la vera essenza della vita umana è rimanere quietamente dove si è. Rappresentava, in breve, la fine della civiltà per come la conosceva Ruskin.
Eppure, come ci appare antiquato oggi il suo accorato grido di protesta. Per quanto possa sembrare strano, le ferrovie inglesi furono realizzate secondo dei progetti molto influenzati dai suoi scritti, in particolare da Le pietre di Venezia ; e noi le guardiamo con intensa nostalgia, come simboli di pace, tipici di luoghi lontani nel tempo. Una delle più famose evocazioni in lingua inglese di una comunità rurale – Adlestrop, del poeta Edward Thomas – descrive una tranquilla stazione ferroviaria di campagna vista dal treno. E gli attivisti di oggi, contrari alle automobili, propongono le ferrovie come modo ideale per collegare un luogo e l’altro all’interno di un continente, un modo sicuro, amico dell’ambiente ed esteticamente piacevole.
La protesta di Ruskin contro la ferrovia ha perso la sua forza persuasiva. Eppure, illustra un tema importante e ricorrente negli annali del progresso umano. Per Ruskin, la ferrovia minacciava uno dei punti fissi del nostro universo morale, che è la terra stessa: la terra che ci offre il cibo che mangiamo, l’acqua che beviamo e le pietre con le quali edifichiamo; la terra che crea le distanze e allo stesso tempo il conforto dell’insediarsi uno accanto all’altro. Quando costruiamo qualcosa, dobbiamo trattare la terra come luogo di insediamento, nel quale le nostre vite si inseriscano in maniera innocua, come dei pesci nel mare. Similmente, gli ambientalisti moderni si lamentano che, sfruttando la terra per i nostri scopi effimeri, trattiamo come puro strumento ciò che invece dovremmo rispettare come fine: ci intromettiamo in qualcosa che per noi dovrebbe essere un punto fisso, il luogo davanti al quale si fermano i nostri esperimenti egocentrici. Come Ruskin, il pessimista moderno ci esorta a prendere in considerazione ciò che ci accade quando vengono rimossi gli antichi freni, abolite le antiche limitazioni, e quando un antico modo di confrontarsi con il mondo viene sostituito da un’illusione di dominio. […] Il conflitto fra gli ottimisti senza scrupoli e i distopici non avrà mai fine, e si rinnoverà all’infinito, man mano che agli occhi dei primi si presenteranno nuovi futuri, e nuovi passati freneranno i secondi. In tutte le emergenze, e in tutti i cambiamenti che aboliscono le vecchie routine, gli ottimisti sperano di volgere le cose a proprio vantaggio. La probabilità che costoro consultino il passato è pari a quella che ha un battaglione che combatte all’interno di una città di proteggerne i monumenti. Lottano per essere dalla parte vincente, e per trovare nel futuro quella strada sulla quale continua a splendere la luce dell’«io». L’attitudine «noi», invece, è circospetta. Considera le decisioni umane come un qualcosa di situato, vincolato da spazio, tempo e da una comunità, da consuetudini, fede e leggi. Ci esorta a non gettarci sempre nel fiume delle cose, ma a tenercene in disparte e riflettere. Enfatizza vincoli e confini, e ci ricorda l’imperfezione umana e la fragilità delle comunità reali. Le sue decisioni tengono conto delle altre persone e delle altre epoche: i morti e i non ancora nati hanno una voce pari a quella dei vivi. E la sua risposta a coloro che dicono di «progredire» e «andare sempre avanti» è «a ciascun giorno basta la sua pena». Non condivide un pessimismo generalizzato, ma solo quell’occasionale dose di pessimismo con la quale tempera le speranze che altrimenti potrebbero rovinarci. È la voce della saggezza in un mondo di rumore. E proprio per questa ragione, nessuno la sente.
Brano tratto da Del buon uso del pessimismo (e il pericolo delle false speranze), Lindau, pagg. 231, • 23,00; in libreria dal 3 novembre