Adriana Cerretelli, Il Sole 24 Ore 28/10/2011, 28 ottobre 2011
«EUROPA E ITALIA AL PUNTO DI SVOLTA»
Amministratore unico di Mapei, il gruppo multinazionale di famiglia, responsabile di Confindustria per l’Europa, presidente del Cefic, la confederazione delle industrie chimiche europee, volente o nolente Giorgio Squinzi si trova nell’occhio del ciclone economico-finanziario e anche politico che da tre anni tiene il mondo con il fiato sospeso.
Si è appena concluso l’ennesimo vertice sulla crisi dell’euro. Difficilissimo. Per il doppio salvataggio di Grecia e banche questa volta è stata messa in campo una potenza di fuoco senza precedenti. Accordo convincente e credibile secondo lei?
Accordo indispensabile, direi, perché non si può continuare a convivere all’infinito con una crisi dalle troppe incertezze che paralizza dovunque la voglia di investire, di intraprendere e di rischiare. La frenata della crescita economica in Europa ne è la prova.
Ha i crismi per funzionare la nuova ricetta salva euro?
Penso di sì, almeno sulla carta. E sempre che tutti i protagonisti rispettino gli impegni presi e quelli ancora da prendere per attuarli, senza cadere nei soliti conflitti di interessi, in liti sterili che fanno male a tutti, agli ultimi come ai primi della classe dell’euro.
A proposito di discordie senza fine, anche quelle di casa nostra non scherzano. Silvio Berlusconi ha presentato a Bruxelles un piano di riforme strutturali e abbattimento di deficit e debito pubblici, che è stato promosso dal vertice europeo. Il suo voto?
Decisamente positivo. Dalla revisione delle norme sul mercato del lavoro all’aumento dell’età pensionabile perché si allunga la vita media, dalle liberalizzazioni alle semplificazioni burocratiche, al miglioramento di efficienza e tempestività della giustizia civile, sono tutte riforme che l’industria italiana invoca invano da anni. Dunque meno male che in questo caso c’è anche la spinta dell’Europa.
Davvero questa sarà la volta buona?
Come sempre la questione chiave è l’effettiva attuazione del piano. Però questa volta non si scherza. Ne va della sopravvivenza dell’euro e del recupero di crescita e di competitività della nostra economia. Senza, non saranno garantiti né benessere né pace sociale nel nostro paese.
Insomma siamo a un momento di svolta?
Lo spero. Come a metà degli anni Novanta. Allora volevamo entrare nell’euro. Ce l’abbiamo fatta al prezzo di grandi sacrifici ma ce l’abbiamo fatta. Ora vogliamo non solo restarci ma tenere in vita l’euro come moneta stabile e credibile. Per riuscirci dobbiamo di nuovo stringere i denti e rimboccarci le maniche. Tutti.
Ce la faranno l’Europa e l’euro a uscire indenni dalla tempesta o questa crisi è la conferma di un lento e inevitabile declino?
Difficile fare i profeti in questi tempi di estrema incertezza. Però alcuni punti fermi ci sono e tutt’altro che negativi.
Quali?
I fondamentali dell’economia europea sono buoni, migliori di quelli di Stati Uniti e Giappone. In media il debito europeo è inferiore a quello Usa e meno della metà di quello giapponese.
Però i mercati finora non hanno smesso di attaccare i paesi periferici dell’euro, anche se l’euro più di tanto non ha perso terreno sul dollaro. Perché?
I mercati tendono a guardare un po’ quello che vogliono, non sempre vedono giusto e soprattutto il loro mestiere è quello di fare soldi. Non c’è dubbio che la periferia dell’euro è vulnerabile sui fronti dei conti pubblici, della sostenibilità del debito sovrano e della competitività. Però in Europa nessuno è senza macchia. Il nucleo duro dell’Euro, che per definizione è ritenuto un modello di virtù collettive, è vulnerabile sul fronte della banche, che negli anni si sono troppo esposte nell’incauto acquisto di bond sovrani, come quelli greci, che ora procurano pessimi frutti.
Hanno ragione secondo lei i mercati a tenere l’Italia sotto pressione?
Il nostro paese ha molti punti di debolezza però ne ha anche molti di forza. I mercati per esempio dimenticano che nell’ultimo triennio di crisi il nostro debito è rimasto sostanzialmente stabile e sostenibile, con deficit in calo e recupero di un attivo primario, mentre in altri paesi, compresi Germania e Francia, è aumentato di 20-30 punti percentuali. Non mi fraintenda. Il nostro debito va tagliato e presto perché è un laccio al collo del nostro sviluppo economico, un’ipoteca sul futuro. Però spesso i mercati peccano di emotività e anche di incongruenza.
Ora il timore generale è che una crescita economica atona polverizzi tutti gli sforzi di risanamento e di rilancio delle economie dell’eurozona…
Questo è il grande tasto dolente di questa crisi. Non si possono ripagare i debiti, né competere sulla scena globale se non si innova, se non si cresce e se non si lavora di più. In breve se non si accetta la riforma del nostro modello di società e di sviluppo.
Però sembra che le riforme non bastino mai. O no?
L’Europa mi ricorda le vecchie signore borghesi di una volta. Per mantenere un tenore di vita oramai insostenibile, vivevano vendendo uno dopo l’altro i propri gioielli. Arriva però il giorno in cui i gioielli finiscono.
Dunque?
Bisogna cambiare vita prima che arrivi quel giorno, perché il mondo in cui viviamo è cambiato, la concorrenza globale è un gioco duro che non perdona. E le riforme vanno fatte a vasto raggio, devono investire tutti i gangli della società cominciando dalla scuola per finire nel mondo del lavoro e dell’impresa, passando per le semplificazioni legislative che costano niente ma accelerano spirito di iniziativa e flessibilità dell’attività produttiva. Incentivando ricerca e innovazione, investendo nella grandi infrastrutture. Allungando l’età lavorativa. Queste ricette riformiste nel Nord Europa hanno dato ottimi risultati. E ora finalmente sono anche nel piano Berlusconi.
Rigore e riforme: sulla carta ricetta ineccepibile. Nella realtà una medicina amarissima, forse indigeribile a guardare la disperata rivolta dei greci o le marce degli "indignados". Non teme che un’Europa che martella i suoi cittadini con sacrifici molto pesanti ma si mostra di manica molto più larga con gli aiuti alle banche, all’origine della crisi per le loro operazioni spericolate, sia condannata a un’impopolarità crescente?
Il rischio è concreto. Però l’imperativo vitale di modernizzare l’economia europea viene da molto più lontano, da molto prima che scoppiasse questa crisi. Anche se colpevolmente, per anni, in Europa come in Italia, si è fatto finta di niente. Ormai il tempo sta per scadere. Ulteriori temporeggiamenti hanno un costo sociale ed economico ancora più elevato di quello già molto alto che tutti oggi siamo chiamati a pagare.
Si parla tanto di crisi dell’euro e intanto si dimenticano i sorpassi continuati della Cina in un’Europa vittima di temporeggiamenti e indecisionismo cronico…
La Cina non ci aspetta, nessuno può farsi illusioni. Ancora una volta la risposta è la stessa: investire, lavorare, innovare, crescere, in breve essere più bravi dei cinesi. Più produttivi e creativi di loro.
L’Italia alla svolta, si spera. Anche l’Europa?
Lo dico anche da imprenditore: abbiamo tutti bisogno di certezze per operare. Spesso si insiste sulle sue variabili economiche, finanziarie e sociali ma si tace sul fatto che questa è soprattutto una crisi politica. I Governi europei hanno perso la bussola, non hanno più una visione delle priorità e degli interessi che li accomunano. Non hanno idee su come continuare insieme sulla strada dell’integrazione europea. Forse è questa la lacuna che prima delle altre spinge i mercati ad attaccare l’area euro.
Come se ne esce?
Con una sana dose di realismo. Nel mondo globale l’Europa, con la moneta e il mercato unico, è la dimensione minima per sopravvivere. Nessuno, nemmeno la Germania, può permettersi di tirare dritto da solo. Mi sembra che tutti comincino a capirlo. Prima si darà all’euro un governo politico ed economico stabile ed efficace, meglio sarà per tutti.
Un’ultima domanda. D’obbligo. Cosa vede nel suo prossimo futuro? Anche una candidatura alla presidenza di Confindustria?
Per rispetto di Confindustria, delle sue consuetudini e tradizioni, ritengo che tutti prima debbano aspettare l’insediamento dei Saggi che avranno il compito di raccogliere le indicazioni dei possibili candidati alla presidenza. Il presidente di Confindustria lo eleggono i rappresentanti del sistema, non gli articoli dei giornali. Fare il presidente in Viale dell’Astronomia è una missione, non un’ambizione.
Ma se lei dovesse essere chiamato dai suoi colleghi imprenditori, accetterebbe o rifiuterebbe?
Beh in quel caso non potrei certo dire di no. Risponderei sì con grande umiltà e consapevole delle notevoli difficoltà dell’impegno.