Gianni Trovati, Il Sole 24 Ore 28/10/2011, 28 ottobre 2011
IL TEMPO ALZA LA PENSIONE
Gli adeguamenti automatici che alzano i requisiti per la pensione insieme alla speranza di vita alimenteranno l’assegno. Nel complesso, gli interventi pensionistici realizzati negli ultimi due anni e rivendicati nella lettera che il Governo italiano ha inviato a Bruxelles hanno aumentato la platea interessata dalla pensione di anzianità, ma anche questa via d’uscita arriverà in un tempo più lungo rispetto al passato, incrementando il montante contributivo su cui sarà calcolato l’assegno.
Le tabelle qui a fianco, costruite sul caso dei lavoratori dipendenti del settore privato, evidenziano le due dinamiche. I colori mostrano l’ampliarsi delle classi di età che potranno scegliere l’opzione dell’anzianità dopo aver versato 40 anni di contributi (in arancione) o dopo aver raggiunto il mix minimo di età e anzianità contributiva imposto dalle «quote» (in verde), mentre solo chi ha iniziato a lavorare dopo i 30 anni, e dopo i 33 per i nati dal 1985, non avrà altra alternativa rispetto all’uscita di vecchiaia. Le cifre in rosso, elaborate in base alle stime della Ragioneria generale dello Stato, misurano il «tasso di sostituzione», cioè il rapporto percentuale fra l’assegno pensionistico e l’ultimo stipendio: il risultato indica ovviamente una media, perché per esempio gli aumenti di stipendio a fine carriera abbassano il dato percentuale, ed è dettato dall’incidenza del sistema contributivo, che misura l’assegno in base a quanto versato durante l’attività lavorativa, e la lunghezza della carriera.
Un paio di esempi possono aiutare a chiarire il quadro: un lavoratore nato nel 1960, che ha iniziato a versare i contributi a 19 anni, riceverà nel 2019 il primo assegno, pari in media al 79,1% dell’ultimo stipendio; se ha iniziato a lavorare più tardi, per esempio a 25 anni, andrà in pensione nel 2022 ricevendo poco meno del 72%, e se ha tardato ulteriormente non avrà alternative alla pensione di vecchiaia con un importo fra il 69 e il 71% della retribuzione finale. L’abbassamento della quota è dovuto al fatto che, con il passare del tempo, cresce l’incidenza del sistema contributivo, meno generoso rispetto al vecchio retributivo che legava l’assegno alla retribuzione degli ultimi anni lavorati. Lo stesso fattore spiega perché chi ha iniziato a 25 anni ed è nato nel 1960 andrà in pensione in media con quasi il 75% dell’ultimo stipendio, mentre un lavoratore con la stessa storia nato nel 1975 dovrà accontentarsi del 68,4%; proprio qui, però, interviene l’allungamento del tempo di lavoro, perché lo stesso profilo di lavoratore nato nel 1990, grazie ai maggiori contributi versati, tornerà ad avvicinarsi con la pensione al 75% dell’ultimo stipendio.