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 2011  ottobre 28 Venerdì calendario

SI INFRANGE L’ULTIMO TABÙ: LO STATALE SI PUÒ TRASFERIRE


Se non è la rivoluzione, ci manca poco. Tra gli intenti espressi nella ormai celebre lettera del governo italiano alla Ue ce n’è uno che, qualora applicato, andrebbe a picconare il tabù dei tabù: la sacralità dello statale, pietra angolare della società italiana dell’ultimo secolo.
Tra le misure proposte da Roma a Bruxelles, infatti, c’è un sostanzioso capitolo dedicato al pubblico impiego. Ed è un capitolo che gronda sangue da ogni capoverso: mobilità obbligatoria, introduzione della cassa integrazione (con conseguente riduzione salariale e di personale) e superamento delle dotazioni organiche (tradotto: gli uffici diventano chiudibili ed accorpabili, e chi non accetta il trasferimento perde il posto).
Vero che al settore privato è riservato un trattamento ancora più hard con tanto di licenziamenti più facili in caso di crisi. E però quanto tratteggiato sopra basta ampiamente a configurare la rivoluzione: il posto pubblico smette ufficialmente di essere un’assicurazione sulla vita.
Sul posto fisso (oddio, adesso bisognerà pure smettere di chiamarlo così) nei decenni si è costruita una mistica. Lo statale, figura titanica i cui picchi ed abissi restano impareggiabilmente condensati nella figura del ragionier Ugo Fantozzi, è diventato una sorta di categoria dello spirito. A metà tra lavoratore ed ergastolano, inchiodato alla scrivania finché morte non vi separi: ogni giorno lo stesso cartellino da timbrare, la stessa macchinetta del caffè da presidiare, gli stessi colleghi con cui litigare. Lo stesso panorama fuori dalla stessa finestra.
In cambio del posto vita natural durante, lo statale accettava di buon grado di sacrificare se stesso e di condannarsi a ripetere all’infinito la stessa – sovente non proprio sfiancante – giornata di lavoro. Lo statale come i protagonisti dei racconti gotici che vendono l’anima al diavolo: benessere contro felicità. Un patto demoniaco quanto allettante, tanto è vero che la florida pubblicistica (riassumibile nel celebre brocardo montanelliano «lo Stato ti dà un posto, il privato ti dà un lavoro») che nei decenni ha costruito l’immagine dello statale re dei fancazzisti coi piedi sul tavolo e il giornale aperto davanti anche di malcelata invidia ha campato.
E adesso, chi l’avrebbe mai detto, cambia tutto: il posto pubblico smette di essere eterno, intoccabile, inamovibile, irredimibile. I sindacati, che fanno il proprio mestiere, sono sul piede di guerra, minacciano scioperi e mobilitazioni. Il governo smussa lo smussabile e si appresta a condurre la più ambiziosa delle battaglie. Che, se portata a casa, consegnerà alla storia una rivoluzione destinata a cambiare la mentalità degli italiani: nessun posto di lavoro è per sempre.

Marco Gorra