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 2011  ottobre 28 Venerdì calendario

Congedarsi, l’arte che Bini Smaghi non vuol imparare - A mia memo­ria, la pervicacia di Lorenzo Bini Smaghi è senza precedenti per un pubblico fun­zionario

Congedarsi, l’arte che Bini Smaghi non vuol imparare - A mia memo­ria, la pervicacia di Lorenzo Bini Smaghi è senza precedenti per un pubblico fun­zionario. L’eco­nomista rappre­senta l’Italia nel board della Bce dal 2005. La carica scade nel 2013. Ma con la nomina di Mario Dra­ghi alla successione del presiden­te francese Jean­ Claude Trichet si è creata un’anomalia: sui sei posti nel Comitato esecuti­vo, l’Italia ne ha due, la Francia nessuno. L’accordo fatto dal Cav con Sarkozy, in cambio del voto a Draghi, erano le dimissioni anzi­tempo di Bini Smaghi e il suben­tro di un francese. Lorenzo invece da quell’orec­chio non sente. Da giugno, punta i piedi nonostante il governo gli ab­bia chiesto formalmente di non creare tensioni con la Francia. Fi­no a ieri resisteva per mercanteg­giare la sua poltrona con quella di governatore di Bankitalia. Ma lo scambio - quasi il ricatto - era tal­mente plateale che la politica si è ri­bellata. Primo a mettere il veto sul suo nome è stato un indignatissi­mo Napolitano. Così, Bini Smaghi ha ottenuto solo di sconvolgere la corsa al vertice di Bankitalia facen­do vincere l’outsider Ignazio Vi­sco, contro i due favoriti, Sacco­manno e Grilli. Quanto a lui, è ri­masto con un palmo di naso. Ora continua nel braccio di ferro con­tr­o le autorità del suo Paese speran­do in vantaggi né chiari, né in vista. In punto di diritto, Lorenzo è in una botte di ferro: lo statuto Bce non prevede la rimozione, ma so­lo dimissioni volontarie. Dal lato, diciamo così patriottico, è invece una frana. Tutti gli incarichi rico­perti nei suoi 55 anni di vita sono di natura pubblica, dai due lustri in Banca d’Italia,ai sette anni al Te­soro. Idem all’estero - Fmi e Bce ­dove è entrato per input politico­governativo. Nella stragrande maggioranza delle volte, non è che abbia vinto concorsi, sia stato cooptato, strenuamente voluto, desiderato o supplicato. No, si è se­duto su splendide poltrone - co­me quella Bce- in nome dell’Italia e su spinta del Sinedrio. Che ora faccia repubblica a sé e non rico­nosca di essere, oggi come ieri, pe­din­a di un gioco complessivo con­ferma che il sistema Italia fa acqua da ogni parte. Anche quando a rappresentarla è un uomo di valo­re e un privilegiato tenuto fin qui in palmo di mano. Ripeto: la circostanza è inedita. Tempo fa, ci fu il caso di Riccardo Villari, il senatore che resistette un mesetto da presidente sfiducia­to della Vigilanza Rai. Ma perlo­meno lui era stato eletto e si tratta­va di una bagattella. Questa è una faccenda internazionale che sta pesantemente deteriorando i rap­porti tra Cav e Sarkò. Né si capisce a quali traguardi punti il testardo Lorenzo che rischia invece di sbat­tere il muso e inimicarsi l’intero Palazzo. Bini Smaghi è di carattere borio­so. È paragonato per antipatia a Luigi Spaventa. Di famiglia comi­tale fiorentina, Lorenzo ha studia­to, università compresa, in Bel­gio. Il padre, funzionario ammini­­strativo della Farnesina, aveva un incarico europeo a Bruxelles. Do­p­o la laurea si è specializzato in Ca­lifornia, poi nell’ateneo di Chica­go conquistando un PhD in econo­mia. Entrato a 27 anni in Bankita­lia, si accodò a Ciampi di cui diven­ne pupillo. Condivideva con Dini il background Usa e lo imitava te­nendo slacciati i polsini della ca­micia. La preparazione di Smaghi è indiscussa, ma non ha appeal. Se parla- dicono- gli interlocutori si distraggono. Ciampi, passato al­la politica, lo chiamò nel 1998 al Tesoro di cui era ministro (D’Ale­ma I). Vi rimase anche con Tre­monti col quale pure era spocchio­so. Lo stesso con Grilli, il ragionie­re generale, suo rivale nella lizza di Bankitalia. Si diceva che se fos­se diventato governatore Grilli, avrebbe avuto contro mezzo diret­torio di Via Nazionale (che tifava per l’interno Saccomanni), ma che Bini Smaghi, se fosse toccato a lui,l’avrebbe avuto contro intero. Con tanto soggiorno all’estero, snobba l’Italia come si vede in que­sti giorni. Anche se tende a sini­stra - è stato collaboratore di Re­pubblica­non ha sensibilità per la politica che giudica per minus ha­bentes . Vede come fumo negli oc­ch­i i nostri diplomatici che non rie­scono a indurlo alle valigie, sta be­nissimo a Francoforte, come d’al­tronde sua moglie, l’economista Veronica De Romanis che, dopo avere elogiato la Merkel in un li­bro, in Germania è di casa. Siamo ostaggi della coppia.Cal­ziamo l’elmetto e prepariamoci al­la guerra con la Francia.