Antonio Gnoli, Il Venderdì 28/10/2011, 28 ottobre 2011
Più che uno scrittoremi sento un calzolaio delle parole - Roma. Il nuovo romanzo di Alessandro Baricco, Mr Gwyn, non è dissimile dagli altri suoi libri: breve, asciutto, lievemente internazionale
Più che uno scrittoremi sento un calzolaio delle parole - Roma. Il nuovo romanzo di Alessandro Baricco, Mr Gwyn, non è dissimile dagli altri suoi libri: breve, asciutto, lievemente internazionale. Leggendolo, immediatamente si pensa a un lussuoso paio di scarpe fatte a mano. Ma Mr Gwyn non è un calzolaio, anche se potrebbe esserlo stato o, chissà, diventarlo. È uno scrittore. Di successo. Romanzi premiati dalla critica e dal pubblico, una collaborazione prestigiosa al Guardian e la certezza che qualunque cosa scriva verrà pubblicata. Il suo talento si fonda su di una qualità mimetica e introspettiva: "Sconcertava la facilità con cui sapeva calarsi nella testa delle persone e ricostruire i loro sentimenti". Poi, qualcosa di insolito accade nella vita di Jasper Gwyn: "All’età di 43 anni scrisse per il Guardian un articolo in cui elencava cinquantadue cose che da quel giorno non avrebbe fatto mai più. E l’ultima era: scrivere libri". La trama del romanzo si svolge a partire da questa decisione, che sconcerta e impensierisce il suo agente letterario. Ma perché Mr Gwyn smette di scrivere? Mancanza di ispirazione? Disgusto (o paura) per il successo? Volontà di cancellare il proprio nome? Desiderio di sparire? La letteratura ha più volte praticato queste strade. Ma nel romanzo si assiste a qualcosa di più paradossale, come se il lettore si trovasse di fronte a un gioco rovesciato di scatole cinesi: dove le più piccole contengono le più grandi. L’illusionismo, in fondo, è un’altra delle caratteristiche di Baricco. Perché ha scelto come protagonista uno scrittore inglese, e non un italiano? "Il setting dei miei libri non è quasi mai locale. Potevo ambientare il romanzo anche in Norvegia. Ma mi piace l’Inghilterra, è un Paese che negli ultimi anni frequento volentieri". Mr Gwyn è uno scrittore di successo, la critica lo apprezza, il pubblico lo premia. Come mai decide di smettere di scrivere? "Faccio fatica a immaginare cosa significhi quel gesto. Le ragioni per cui Gwyn smette non sono importanti. L’importante è ciò che allestisce dopo. Come sempre a me interessa molto il modo in cui la gente rimette insieme i pezzi delle cose che ama, dopo che qualcosa è accaduto". Ma smettere di scrivere richiede pur sempre una rinuncia, un sacrificio, abbandonare una parte importante di sé. "Credo che Gwyn incarni un aspetto che non mi è estraneo. Il suo pensiero non sovrastima il gesto dello scrivere. Smettere di fare lo scrittore non è poi così drammatico. Metterei lo scrivere alla stregua di altri mestieri. Come fare scarpe a mano, o suonare la viola da gamba". Vuole dire che il suo lavoro è più artigianato che arte? "Non ho mai pensato che scrivendo libri facessi opere d’arte. Non lo penso neanche quando li leggo. Prima, diciamo almeno un secolo fa, era diverso. Se leggo Melville o Tolstoj, metto le loro opere in sintonia con una certa idea di capolavoro. Oggi, se proprio dovessi usare questa espressione, l’applicherei più volentieri ad altri tipi di operazioni". Per esempio? "All’idea di installazione artistica. Che spesso è la somma di un discorso economico, letterario, teatrale, e perfino biografico. Fondare una scuola, aprire un teatro, inventare un certo modo di fare televisione sono operazioni più simili all’arte che all’artigianato. L’iPhone, che è la risultante di molte cose, vi è certamente più vicino che non Infinite Jest di Foster Wallace". Mr Gwyn è anche un romanzo minimalista. "Lo definirei un libro da camera. Non ci sono grandi folle. La sua geometria si traduce in tre o quattro figure. È uno schema di lavoro che si ritrova spesso nei miei libri". Il suo protagonista decide di mettere il suo talento in un’impresa che può apparire bizzarra: fare ritratti a persone sconosciute. Sostituire la tela e il pennello con la carta e la penna. Ora, trasferire il linguaggio dalla pittura alla letteratura mi pare molto difficile. Non trova? "È un passaggio acrobatico". Ma non è strano che l’acrobazia gli riesca sempre? "Il capitano non deve mai fallire" dice una canzone. E Mr Gwyn è proprio così: qualunque cosa faccia gli riesce. È perfetto. Forse un po’ troppo. "In fondo i miei sono libri di avventure che partono da assunti molto diversi dal realismo. Mr Gwyn è come Ivanhoe, non ti aspetti che fallisca. Il cavaliere non ha mai paura. Quello che fa, lo fa bene". Questa idea di infallibilità mi fa pensare che nel suo romanzo non c’è mai un vero dramma, mai un dolore. È un congegno perfetto, ma senza una vera anima. "È esattamente quello che volevo realizzare. Ed è importante che lo si percepisca. Emmaus, il romanzo precedente, era invece carico di dolore. Ricordo di averlo scritto con disagio. E, provenendo da quella esperienza, ho desiderato di costruire un orologio, che avesse un ticchettio cristallino. Per cui, se i lettori passano la mano su questo libro e sentono la superficie levigata, lucida, gradevole, sono soddisfatto. Perché era esattamente la sensazione che io volevo dare, così come spero si siano feriti leggendo Emmaus". In effetti anche la decisione di Mr Gwyn di sparire avviene senza drammi. Cosa la seduce della sparizione? "La sparizione è sempre una storia bellissima. A ben guardare scriviamo sempre un solo libro e non è casuale che la sparizione sia una costante nei miei romanzi. Continuo a raccontarla scoprendo ogni volta dei suoi lati che non conoscevo". Sparire è anche provare a sottrarsi a certi condizionamenti. "Le motivazioni possono essere le più diverse. Io francamente non ci ho molto riflettuto. Credo che in uno scrittore l’animale prevalga molto più di quanto la gente sia propensa a credere. Il nostro mestiere richiede un tratto animalesco. In seguito puoi anche riflettere su ciò che hai fatto. Ma la gran parte delle scelte sono istintive, c’entrano con la fisicità più che con la mente. Mi sono trovato molte volte a edificare mondi in cui poter sparire. Sapevo perfettamente che era l’istinto a spingermi. Alla fine ciò che racconti è solo una tua ossessione". Però il gesto dello sparire dovrebbe avere conseguenze molto più radicali. Invece, vediamo che in una società come la nostra, anche sparire - pensiamo a Salinger - diventa un eccitante spettacolo. È mettere sotto i riflettori l’assenza. "Penso che la sparizione sia un’arte. Nel senso più ricco e completo essa si compone di mille no, di mille tragitti obliqui. Forse la sparizione perfetta è quella per cui nessuno si accorge che sei sparito veramente". Questo mi fa pensare a una sparizione anche più crudele: quando la gente ti fa sparire, ti fa diventare lentamente o di colpo invisibile. Il fallimento è la sparizione decisa da altri. Non trova? "Sì, anche se in tutti i mestieri c’è la prospettiva di un fallimento". Quanto lo teme? "Nessuno vuole fallire. Il fallimento, e il successo, sono due piante parassite che si aggrovigliano attorno al tronco. Se hai avuto la fortuna o l’accortezza di crescere un tronco forte, il fallimento o il successo lo modificano, ma non lo seccano. Naturalmente ogni tronco ha le sue stagioni". E lei in che stagione sente di vivere? "La stagione non è importante. Puoi essere in inverno, ma sai che verrà il momento in cui germoglierai nuovamente. In me la paura di non essere più un tronco è stata da tempo superata. Col passare degli anni i vari rampicanti, le decorazioni, gli arredi sono diventati echi lontani". Liberarsi dagli orpelli è una forma di maturità. È anche un modo per fronteggiare il declino? "Qualunque energia o forza è destinata a esaurirsi. È una constatazione che spesso ci piace applicare agli altri. Mi aspetto che da un momento all’altro Wim Wenders non abbia più niente da dire. Ma in realtà noi siamo molto più ciclici e la struttura ciclica non conosce né esplosione né declino. Però ogni volta che passi negli stessi punti sei una persona differente". La spaventa la ripetitività? "È molto pesante in tutto quello che sta attorno allo scrivere. Il momento in cui pensi a un libro o lo scrivi la ripetitività non conta nulla. Perché il talento dell’artigiano è di essere nato per fare quel certo gesto. In fondo, se non ci si emoziona nello scrivere vuol dire che non si era portati per fare quello". Quanto è importante l’ispirazione? "In senso romantico non esiste più l’ispirazione. Era il nome che una certa civiltà dava a quella cosa. E noi non usiamo neanche la furbizia che c’era dietro a quel nome. Non serve più. Però è vero che accadono due cose: una è l’attimo di nitore che hai quando scegli di fare proprio quel libro e non i restanti tre che hai in testa. L’altra è che ci sono dei momenti in cui effettivamente scrivi meglio, sei in uno stato di felicità narrativa. Come accade a una squadra di calcio. Improvvisamente undici giocatori trovano la mezz’ora in cui giocano divinamente. Ma alla fine la forza di un libro sta nel duro lavoro, è il raccolto di una semina mostruosa". Perché ha scelto di scrivere proprio Mr Gwyn a fronte degli altri tre o quattro che le frullavano nella testa? "Perché era il più cristallino e sentivo il bisogno di convivere almeno un anno con questo sentimento di trasparenza. Poi ho anche provato a decidere di non scriverlo, ma tornava e allora mi è parso che in questa storia ci fosse un tratto pulito, sintetico, una tessera molto piccola dentro la quale però c’era tantissimo mondo". Più che raccontare personaggi lei tratteggia storie. Si riconosce? "È vero. E del resto viviamo in una delle civiltà più narrative della storia umana. I personaggi per me sono uno strumento, non hanno un profilo psicologico. Non posseggo il talento dell’introspezione. I miei libri si compongono di situazioni". Che talento crede di avere? "Ci sono quelli che prendono in mano una pietra grezza e sanno come tagliarla senza che nessuno glielo insegni. Il mio materiale è la lingua. So l’uso che devo farne. Alla fine il talento è una forma di facilità ipertrofica. Possiamo interpretare mondi, costruire valori. Ma la facilità c’è o non c’è. È un fatto, come si diceva, animale". E istintivamente quanto c’è di autobiografico nei suoi libri? "Non c’è un solo personaggio nei miei libri che sia me. E al tempo stesso non ce n’è uno che non abbia una piccola particella di me". Insomma non dà, come invece fa Mr Gwyn, l’addio al romanzo? "Un tempo la gente mi chiedeva spesso se Novecento ero io. Nella vita ho fatto il contrario: sono sceso dal transatlantico. In fondo mi accade la stessa cosa con Mr Gwyn. Mi piace come vive. Ma le sue scelte non sono alla mia portata. Non mi troverei a mio agio e non mi ficcherei nelle situazioni in cui lui si ficca. Non sono Ivanhoe. Sono più banale di quanto si pensi e molto meno di quanto si creda. Le cose che fa Mr Gwyn sono per me impraticabili. Considero il gesto dello scrivere ancora un piacere della vita".