Gaetano Azzariti, il manifesto 26/10/2011, 26 ottobre 2011
Il berlusconismo e i rischi dei neocostituzionalisti- Le mancate dimissioni del governo, a seguito del voto contrario del parlamento sul Rendiconto dello Stato, rappresentano l’ennesima offesa dell’attuale maggioranza al nostro sistema costituzionale
Il berlusconismo e i rischi dei neocostituzionalisti- Le mancate dimissioni del governo, a seguito del voto contrario del parlamento sul Rendiconto dello Stato, rappresentano l’ennesima offesa dell’attuale maggioranza al nostro sistema costituzionale. Ma questo non rappresenta che l’ultimo capitolo di una lunga storia di contrasto tra la maggioranza politica e il diritto costituzionale. E, su questo piano più generale, non è vero – come scrive Asor Rosa – che tutti i costituzionalisti tacciono, è che quando parlano spesso non vengono ascoltati. Neppure a sinistra. La ragione di questa difficoltà di dialogo è presto detta: la prospettiva costituzionale non si confronta esclusivamente con la contingenza politica, ma si misura con i tempi lunghi della storia. Spetta alla politica dare risposte immediate ed efficaci alle esigenze del momento, spetta alla Costituzione definire un quadro entro cui deve svilupparsi la dinamica politica, compreso il conflitto più acceso. Confondere i due piani non si può ed è all’origine di molte delle degenerazioni costituzionali cui abbiamo assistito in questi ultimi anni. Dietro al velo di una malintesa valorizzazione della “costituzione materiale” – che dovrebbe farsi carico delle trasformazioni politiche che via via si succedono – si è giunti a prospettare una riduzione della Costituzione a legge ordinaria. Come quest’ultima anche la Costituzione può essere cambiata o almeno utilizzata a secondo dei governi e delle esigenze del momento. È così che abbiamo visto una costituzione di centrosinistra, che ha prodotto una sgangherata modifica del titolo V; poi una costituzione berlusconiana, che ha interpretato “ad personam” l’intero impianto delle libertà e delle garanzie costituzionali; ora se ne vorrebbe una antiberlusconiana, che dovrebbe sostituirsi all’incapacità delle opposizioni e sfiduciare il governo portandoci finalmente alle elezioni. Non è così. La forza delle costituzioni moderne si basa sulla sua natura di legge superiore che si pone a fondamento della convivenza: un “patto fondante” la società politica e civile, un “contratto sociale” che vincola con i suoi principi i comportamenti dei soggetti politici che di volta in volta esercitano il potere. La tendenza del potere ad appropriarsi del patto è molto diffusa; mentre la capacità delle costituzioni si sottrarsi ad un abbraccio mortale con il potere è la sfida del costituzionalismo. Preservare allora uno spazio autonomo del diritto delle costituzioni dalla politica politicante, dalle vicende della cronaca, appare vitale per chi ai valori del costituzionalismo moderno si richiama. Ciò non vuol dire – sai chiaro – che il diritto costituzionale, il diritto supremo, non debba parlare del presente e non debba intervenire con tutta la sua forza prescrittiva nei rapporti politici o nelle azioni poste in essere dagli attori politici. È vero il contrario. Solo considerando la Costituzione una voce che parla “per l’eterno” («le costituzioni valgono per l’eterno», è una classica definizione di senso del costituzionalismo moderno) può ad essa assegnarsi il compito di dettare garanzie e formulare principi vincolanti ogni maggioranza. La Costituzione sfugge al principio di maggioranza se e perché si richiama ai valori storici che hanno dato legittimazione originaria alla Repubblica. Valori di civiltà “strabici”: che vengono la lontano e vanno lontano. Certamente oltre Berlusconi. Qualcuno a questo punto potrebbe pensare che una simile Costituzione non rappresenti uno strumento di lotta politica, non possa fornire nessun contributo per risollevare le sorti della nostra democrazia ormai sull’orlo di un precipizio; una Costituzione indifesa, incapace di opporsi ai suoi nemici. Costui commetterebbe un grave errore. Basta ricordare il ruolo decisivo esercitato in questi anni dai due organi di garanzia costituzionale: la Corte costituzionale e il Presidente della Repubblica. Gli unici che hanno impedito lo stravolgimento del sistema democratico a fronte dell’impotenza delle opposizioni. Sconfitte quest’ultime sul terreno della politica sono stati gli organi di garanzia costituzionale a rimediare. Il giudice delle leggi espungendo dal nostro ordinamento leggi “incostituzionali” (non solo le famigerate leggi ad personam, ma un valanga di leggi che facevano strame dei tanti principi costituzionali contenuti nei 139 articoli della nostra Costituzione), il Capo dello Stato intervenendo in via preventiva, in qualità di garante dei rapporti istituzionali e politici, con atti di stimolo e indirizzo che, a causa del precipitare della crisi costituzionale, si sono fatti sempre più intensi e significativi (si pensi ai casi in cui s’è giunti al rifiuto di firmare decreti legge già approvati dal Governo ovvero alla forza interdittiva nei confronti di nomine o comportamenti al limite della decenza costituzionale). Sarà poco, ma dobbiamo ammettere che se c’è un argine oggi alla degenerazione del sistema questo è rappresentato dagli organi di garanzia costituzionale, i quali riescono ad operare con ben maggiore efficacia – a difesa del sistema costituzionale sotto attacco – rispetto alle forze politiche schiacciate dal peso delle proprie incapacità e dall’asfittico sistema istituzionale italiano. In fondo è questa la ragione per la quale sempre più spesso ci si rivolge alla Corte o al Presidente per “salvare l’Italia”. Una Costituzione dunque tutt’altro che afona dinanzi alla crisi politica che stiamo attraversando. Una Costituzione che si pone come ultima fortezza del sistema democratico. È certo che si potrebbe fare di più e può capitare sia alla Corte sia al Presidente di sbagliare. Sui custodi della Repubblica grava una responsabilità massima nelle situazioni di emergenza costituzionale, ed è anche vero che, in tali frangenti, i rispettivi poteri si espandono. Nel dibattito politico, ma anche tra i vituperati costituzionalisti, possono esservi divergenze sui limiti d’intervento degli organi di garanzia costituzionale e, a seconda delle interpretazioni e dei punti di vista, si può legittimamente auspicare un maggior rigore d’intervento per la tutela delle garanzie costituzionali. Ma v’è un limite che non può essere oltrepassato se non si vuole mettere a rischio l’autorevolezza e la legittimazione (si badi: non la sua legittimità, ma la ben più impegnativa legittimazione) della Costituzione. Ciò che non si può chiedere alla Costituzione e ai suoi garanti (non lo si può chiedere – io credo – neppure ai costituzionalisti) è di sostituirsi alla politica del contingente. Se Berlusconi è ancora incredibilmente al Governo la responsabilità è dell’imbelle opposizione e il “merito” è di Scilipoti. Ben misero panorama, non c’è dubbio, ma confondere Scilipoti con la Costituzione francamente non mi pare il caso. Una società civile anestetizzata, una rappresentanza politica svanita, la perdita di prospettive e l’incapacità di definire un orizzonte di sviluppo possibile, sono questi i problemi giganteschi con cui ci dovremmo confrontare per uscire da una situazione melmosa di paralisi e di ottundimento democratico. Finalmente qualcuno s’è indignato, ma è solo un primo passo. In questa situazione di forte anomia politica e sociale, dobbiamo constatare, con un sospiro di sollievo, che almeno il nomos basileus continua a sostenere la nostra marcia verso la fuoriuscita dalla crisi. Difendere la Costituzione oggi vuol dire difendere il nostro futuro, oltre la crisi. Per difendere la Costituzione però non la si può gettare in pasto alla politica del momento, si tratta invece di preservarne la sua capacità prospettica, di definizione dei principi storicamente determinati, ma che operano “al di sopra della politica”. Farò un esempio che vale a riassumere quanto sin qui detto e ad esplicitare con maggior chiarezza il dissenso con tanta parte dei neocostituzionalisti di sinistra. Ci si chiede se il Capo dello Stato possa cacciare Berlusconi pur in assenza di una sfiducia parlamentare, fornendo una interpretazione innovativa – sempre possibile – delle disposizioni costituzionali (degli art. 88 e 89 della Costituzione). Ci si chiede se non sia il caso di riformulare la complessità del sistema dei poteri presidenziali, imputando alla sola sua responsabilità tutti gli atti che sono tradizionalmente condivisi (atti complessi o solo formalmente presidenziali). Si crede che ci potremmo così liberare dell’attuale Presidente del consiglio (probabilmente sottovalutando la capacità di reazione della destra in tale ipotetico frangente), sebbene al prezzo di una forzatura costituzionale che altererebbe l’equilibrio tra i poteri che proprio la Costituzione ha definito. In ogni caso, al di là degli esiti incerti, avremmo aperto la strada per una repubblica presidenziale: ci troveremo infatti con un Capo dello Stato non più garante, ma governante. Avremmo cambiato la natura del potere e percorso la strada che ha fatto della costituzione materiale il suo alibi per delegittimare la Costituzione vigente. Conosco bene la ragione che porta a sostenere simili tesi: da un lato una condivisibile indignazione, dall’altro una convinzione fondata che la democrazia è in pericolo. E la storia ci ha insegnato che per la salvezza della res pubblica si può fare appello alla dittatura commissaria. Non sarà però poi facile tornare indietro: anche questo la storia insegna. Non ci si può allora sottrarre alla domanda: ma dopo Berlusconi siamo sicuri che non ci sia più bisogno di garanti? E se al Quirinale dopo Napolitano arrivasse un esponente dell’attuale degrado? Cossiga è già stato dimenticato? Vogliamo rinunciare definitivamente all’uso delle armi convenzionali della politica e del conflitto sociale? Oggi la politica è imbelle, rianimarla non sarà facile, ma per battere l’attuale maggioranza politica non c’è altra strada. Alla Costituzione spetta un altro compito: pensare a ieri per costruire il domani. Tenendo fermi i principi di civiltà che legittimano il cambiamento in nome della costituzione. Gaetano Azzariti