Edoardo Petti, il Riformista 26/10/2011, 26 ottobre 2011
«È GIUSTO ASSICURARE TUTTI GLI EDIFICI CONTRO LE CALAMITÀ NATURALI»
Un Welfare universale e in grado di soddisfare in modo selettivo i bisogni dei ceti più deboli. Fondato sulla complementarietà tra un intervento pubblico non più uniforme e la destinazione sociale del risparmio di cittadini e aziende. Sono i temi al centro del convegno organizzato a Milano dall’Irsa, Istituto di ricerca per lo sviluppo delle assicurazioni, con il patrocinio dell’Ania, l’Associazione nazionale delle assicurazioni, dal titolo «Innovazione e formazione per il nuovo Welfare». Il Riformista ne discute con il direttore generale di Ania e presidente di Irsa, Paolo Garonna, che allarga la sua riflessione alle questioni aperte e di maggiore attualità come la riforma e il futuro del sistema previdenziale e il problema del costo elevato delle polizze per i consumatori.
Quali dovrebbero essere gli elementi distintivi di uno Stato sociale moderno che possa rendere effettivi i principi di equità?
Il Welfare del futuro deve essere costruito partendo dalla consapevolezza che è in corso un passaggio cruciale, reso evidente e accelerato dalla crisi finanziaria internazionale. Il ruolo dello Stato nel soddisfare i bisogni presenti nella società non può essere più quello uniforme, monopolistico e onnipotente del Novecento. Un intervento assistenziale moderno ed efficace richiederà una collaborazione fra pubblico e privato, fra solidarietà collettiva e responsabilità individuale. È necessario un nuovo concetto di universalismo, decisamente selettivo vista la scarsità di risorse disponibili: e dunque non è più accettabile una loro redistribuzione casuale che ha spesso finito per privilegiare i ceti medi rispetto a quelli più bisognosi.
E in questo Welfare rinnovato quale funzione spetterebbe al privato?
I soggetti privati che operano in settori strettamente connessi a bisogni e interessi sociali devono avere l’obiettivo di canalizzare le risorse economiche verso le necessità più diffuse, soprattutto quelle delle classi popolari in condizioni più disagiate. In Italia, dove la crisi globale è stata acuita dalla situazione del debito pubblico, questa funzione è possibile e doverosa: cittadini e imprese hanno un tasso elevato di risparmio e le istituzioni finanziarie sono solide. Ma quella quantità rilevante di risorse private sono in gran parte ancorate alla montagna del debito. Senza dimenticare che il nostro paese soffre di un grosso ritardo nella cultura del rischio, così come di una scarsa cultura assicurativa.
Ma il comparto delle assicurazioni non è condizionato da una realtà di oligopolio che è all’origine del rincaro continuo delle polizze?
No, non è così. Ricordo che il mercato italiano delle assicurazioni non è chiuso, visto che per un terzo vi operano compagnie straniere. Nei vari rami esiste una concorrenza vivace nei servizi e nei prezzi. Quanto all’incremento del costo RcAuto, la causa di fondo è nel livello e nella crescita dei costi degli incidenti stradali, assai maggiore rispetto al resto dell’Europa. Per non parlare delle frodi sui sinistri, che finiscono per ricadere inevitabilmente sui cittadini onesti. E da anni noi sosteniamo la creazione di una agenzia nazionale antifrode.
Una delle ipotesi allo studio del governo per l’elaborazione del decreto sviluppo potrebbe essere l’estensione a tutti gli immobili dell’obbligo d’assicurazione contro le calamità naturali. Una misura certo non popolare.
Spero che su questo punto ci sia la possibilità di informare adeguatamente l’opinione pubblica. Oggi lo Stato non fa una vera prevenzione sul territorio, e interviene solo a seguito dei disastri provocando costi per i cittadini assai superiori a quelli di un’eventuale assicurazione contro le calamità. Assicurazione che responsabilizzerebbe decisamente gli italiani, in grandissima parte proprietari di case, nella tutela e cura degli edifici. Si tratterebbe di una spesa necessaria e diretta a un obiettivo ben preciso: e determinerebbe un cambiamento prima di tutto culturale nella mentalità di chi è abituato ad attendere dallo Stato e dall’alto ogni intervento a suo favore.
Un altro tema caldo è quello delle pensioni. Cosa dovrebbe fare il governo?
Abbiamo il dovere di ripensare, non solo in Italia, i nostri assetti previdenziali. Se lo consideriamo solo da un punto di vista contabile, il sistema pensionistico nazionale è in ordine e sostenibile. Ma dobbiamo puntare a consolidare una copertura a più pilastri, in cui accanto a quello pubblico, solidaristico e obbligatorio, sia dato adeguato sviluppo a quello complementare e integrativo, individuale o collettivo, legato ai bisogni e alle scelte autonome delle persone. Gli interventi che ci chiede l’Europa, come l’innalzamento dell’età pensionabile, la sua equiparazione fra uomini e donne, e il superamento dei trattamenti di anzianità, riguardano solo il comparto pubblico, che sarà sempre più orientato ad assicurare la salvaguardia di livelli essenziali di previdenza. Se l’Italia scommette su questa frontiera, da “maglia nera” nella graduatoria comunitaro, potrebbe diventare un paese all’avanguardia nelle politiche pensionistiche. Perché il problema non è solo italiano, ma riguarda tutti i paesi europei.