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 2011  ottobre 24 Lunedì calendario

NON CHIAMATELI MINI LAUREATI

Che li si chiami lauree «mini», «brevi» o di «primo livello» cambia poco. La sostanza è che il mercato del lavoro comincia a non considerarle più "figlie di un Dio minore". Come dimostra una ricerca del centro di ateneo per la ricerca educativa e didattica (Cared) dell’università di Genova secondo la quale, a 12 mesi dal termine degli studi, il 42,1% dei laureati triennali 2009 risultava occupato.

Lo studio condotto da Giunio Luzzatto del Cared e Roberto Moscati della Bicocca di Milano ha il merito di incrociare ove possibile le (fin qui non incrociabili) elaborazioni di Almalaurea e del consorzio Stella. Portando a 63 il numero di atenei rappresentati e al 70% la quota del campione censito rispetto a tutti i laureati triennali italiani del 2009.

I due autori sottolineano come l’opinione pubblica sia spesso «indotta a pensare che riferendosi ai laureati di primo livello non si possa parlare di occupazione se non in casi molto particolari (professioni sanitarie). In realtà – scrivono – non è così». E qui citano il 42,1% di occupati a un anno dalla laurea, che scende al 27,5% se si guarda solo a chi non prosegue gli studi. Valori che tra l’altro risultano costanti rispetto al biennio precedente. E «tenuto conto della perdita generale di lavoro nel Paese in conseguenza della crisi – spiegano – ciò è un risultato positivo, anche a confronto con la caduta che vi è stata invece nei livelli occupazionali dei laureati magistrali».

Il dato medio però non basta. Attingendo ai numeri della sola Almalaurea il dossier ci mostra un quadro abbastanza variegato. Dove accanto ai picchi di Professioni sanitarie (81,7%), Educazione fisica (66,5%) e Insegnamento (60,3%) si trovano i valori bassi di Geo-Biologico (22,9%) e Ingegneria (24,5%). Con una media che, se si estrapola il campo medico, rimane comunque interessante poiché si assesta al 38 per cento.

Questi numeri, dice Luzzatto al Sole 24 Ore, dovrebbero indurre le università «a rendere più vicine al lavoro le lauree di primo livello». Ad esempio «prevedendo degli stage per chi non vuole proseguire gli studi o aumentando la flessibilità curriculare per evitare che ci siano lauree che vanno meglio e altre peggio». Anche se il direttore di Almalaurea, Andrea Cammelli, invita a maneggiare con cura i dati sull’occupazione e a diffidare dalle medie che, per loro natura, «sintetizzano situazioni diverse». Specie «in un Paese che fa fatica a collocarsi sul fronte giovani».

Nel frattempo alcuni atenei stanno provando ad attrezzarsi. È il caso di Bergamo che dal 2004 ha avviato un marketplace per gli stage in collaborazione con Confindustria. A illustrare i risultati dell’ateneo orobico è Piera Molinelli, prorettore delegato all’orientamento: «Pur non avendo corsi di laurea in professioni sanitarie noi siamo al 45,1% di occupazione a un anno dalla laurea». Uno dei segreti – oltre a quello di poter lavorare su numeri piccoli e quindi più «governabili» – è lo svolgimento di tirocini o stage intra-curriculari: «Oltre il 70% dei laureati triennali ne fa uno durante il corso di studi», conferma Molinelli.

A favore della collaborazione tra aziende e università si pronuncia anche Alberto Meomartini. Il presidente di Assolombarda evidenzia come i laureati triennali siano apprezzati dalle imprese «perché arrivano al lavoro più giovani e questa è una caratteristica importante». Il punto è affinarne le competenze rendendo i loro profili professionali compatibili con l’esigenza delle realtà produttive. Per Meomartini ci si può riuscire puntando sul «dialogo». Tra atenei e imprese e all’interno di queste ultime così da superare la convinzione diffusa che i laureati triennali siano «incompleti». Uno degli strumenti per adeguare gli skills dei laureati brevi è garantire la qualità degli stage. «E noi – ricorda Meomartini – abbiamo fatto un accordo in tal senso con tutte le università milanesi».