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 2011  ottobre 28 Venerdì calendario

PERRY APRE LA SFIDA SULLE TASSE

Mancano due mesi alle primarie e un anno al voto, ma la campagna elettorale americana è già entrata nel vivo come se si dovesse votare domani, l’accelerazione in questa tornata elettorale è impressionante: non più discorsi ispirati, ma colpi di sciabola sia all’interno del partito repubblicano che nel "cross party". E al centro di questo scontro domina un argomento soltanto: l’economia.

Così ieri in campo repubblicano Rick Perry ha proposto di introdurre un’aliquota fissa del 20%, di eliminare tasse di successione, quelle sui dividendi e sui guadagni di capitale. Vuole mettere nell’angolo Mitt Romney che era fino a settimane fa contrario all’aliquota fissa e dmostrare che il suo progetto è molto meglio del 9-9-9 di Herman Cain, ormai screditato anche all’American Enterprise Insitute, uno dei think tank conservatori a Washington: «C’è un vizio di fondo nel programma di Cain: di fatto introduce solo tasse al consumo e cioè una tassa federale sui consumi del 9% e poi una sorta di Iva. Tutti pensavano che volesse tassare le aziende con un’aliquota del 9%, in realtà la sua tassa sulle aziende è di fatto un’Iva all’europea, che qui non abbiamo...ma nessuno finora se n’era accorto». Se n’era accorto in realtà Edward Kelinbard, professore della facoltà di Legge della Southern California.

La sua analisi del progetto Cain dimostra che non è affatto semplice come sembra, è altamente regressivo e penalizzando i consumi mette a rischio le prospettive di crescita dell’economia. Il Piano Perry è più articolato: prevede un’aliquota fissa del 20% sia per i redditi delle persone fisiche che per quelli delle società. Niente Iva o imposte sui consumi. Chiede l’abolizione della tassa sui dividendi societari, della tassa di successione e della tassa sui guadagni di capitale. A che gli domandava ieri se non fosse ingiusto agevolare i più ricchi ha risposto: «Dobbiamo rilanciare l’economia, incoraggiare chi ha i soldi a investire e a creare occupazione».

In mezzo a questa bagarre, Barack Obama ha deciso che non può aspettare. È entrato nella mischia, ha fatto campagna elettorale in Nevada e in California e ha parlato solo di economia. Ha rilanciato la proposta di concedere a chi si trova in difficoltà la possibilità di rinegoziare i mutui immobiliari ai tassi attuali: «Ridurremo i pagamenti mensili per un altro milione di americani» ha detto parlando da Las Vegas, prima tappa. Peccato che il programma non sia nuovo (risale al 2009), che ci siano dieci milioni di mutui a rischio e che un altro milione in aggiunta al milione che rinnovò nel 2009 non risolverà il problema. Il programma, gestito dalla Federal Housing Finance Agency, prevede garanzie dei finanziamenti da parte di Fannie Mae e Freddie Mac, incoraggia il rinnovo volontario di mutui contratti a tassi anche del 6 o del 7% ai tassi di oggi di poco superiori al 4%, anche per coloro con case il cui mutuo supera il valore di mercato. Ma il suo programma è malvisto dalla destra, contraria ad agevolazioni, e dalla sinistra perché troppo blando. Ma Obama cerca di conquistare il centro prima dei repubblicani.