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 2011  ottobre 28 Venerdì calendario

IL PD E IL VOTO APPENA POSSIBILE NELLO SPIRITO DEL PATTO DI VASTO

Cosa vuole il Pd? Se lo domandano in molti, in parallelo con gli equilibrismi sempre più estenuanti di Berlusconi e della sua maggioranza. Non è questione di poco conto. Se si dovesse aprire la crisi formale dell’esecutivo, ci sono tre strade davanti al capo dello Stato: un mandato a una personalità diversa da Berlusconi, ma nell’ambito del centrodestra; il famoso «governo del presidente» affidato a una personalità super-partes, magari estranea al Parlamento; le elezioni anticipate.

Delle tre ipotesi, la prima è fragile, soprattutto se la caduta di Berlusconi coincidesse con il distacco della Lega e quindi con la necessità di costruire un difficile rapporto con Casini e il "terzo polo". La seconda richiede un ampio sostegno all’eventuale esecutivo che in modo improprio viene definito «tecnico»: un sostegno trasversale per il quale diventa determinante la posizione del centrosinistra. Ora è evidente, e non da oggi, che il Pd di Bersani, o meglio il centrosinistra allargato a Di Pietro e Vendola nel solco del «patto di Vasto», non abbia la minima intenzione di mettersi in gioco in un simile governo, nemmeno in nome di una «transizione» di pochi mesi affidata a un nome ineccepibile. Nemmeno con la prospettiva di cambiare la legge elettorale, contro cui sono stati scagliati infiniti strali.

In un certo senso si può capire. Man mano che il tramonto del berlusconismo allunga le sue ombre sulla legislatura, il centrosinistra Bersani-Vendola-Di Pietro vede crescere la speranza di aggiudicarsi il premio di maggioranza alla Camera: perché rinunciarvi? È vero che il Quirinale ha chiesto più volte alle forze politiche, a tutte le forze, una prova di maturità e di coesione in nome degli impegni europei; per cui è emersa una contraddizione fra il dovere istituzionale di affrontare subito l’emergenza (il debito, la crescita) e l’esigenza politica del Pd d’incassare il probabile dividendo elettorale, afferrando la prima opportunità utile.

Il problema è stato aggirato con un po’ di sapienza tattica. Come dice Rosy Bindi, «la nostra priorità è un governo di tutti, altrimenti andiamo al voto». E poiché il «governo di tutti» è un’utopia irrealistica, ecco che restano le elezioni. Il più presto possibile. L’"Unità" ha titolato a tutta pagina: «Meglio votare». E qui si registra il diverso parere dell’altro quotidiano vicino ai gruppi dirigenti del Pd, "Europa": «Voto probabile ma non è la cosa migliore».

La ragione la spiega Stefano Menichini: «Napolitano ha bisogno di sapere con certezza che esiste un paracadute per la crisi, nella forma di un governo d’emergenza». Poi c’è la riforma elettorale da non accantonare. E soprattutto c’è il futuro del Partito democratico. I moderati, gli ex popolari (da Enrico Letta a Fioroni) non possono non essere angustiati dallo scenario di un partito che vince nello schema del «patto di Vasto»: tutto spostato a sinistra, anche nella composizione delle liste.

Dopo il voto si porrà il nodo del governo, con il rischio concreto che le ricette europee, quelle di cui si discute proprio in questi giorni con il senso drammatico della crisi, non saranno accettabili dalla nuova maggioranza. Su questo il Pd è da tempo diviso (si legga l’intervista di Nicola Rossi alla "Stampa") e la soluzione del rebus non è a portata di mano. In compenso, la scelta pro-elezioni sembra molto netta.