MARIO BAUDINO, La Stampa 27/10/2011, 27 ottobre 2011
Nizza e Savoia, quelli che vollero restare italiani - Il 24 marzo del 2010, mentre in Francia si celebravano i 150 anni della «riunione» alla Madre Patria di Nizza e della Savoia, i rappresentanti delle due piccole formazioni indipendentiste attive in entrambi i dipartimenti chiesero la «disannessione»
Nizza e Savoia, quelli che vollero restare italiani - Il 24 marzo del 2010, mentre in Francia si celebravano i 150 anni della «riunione» alla Madre Patria di Nizza e della Savoia, i rappresentanti delle due piccole formazioni indipendentiste attive in entrambi i dipartimenti chiesero la «disannessione». Con qualche ragione, commenta lo storico Gustavo Mola di Nomaglio, perché i trattati di Plombières tra Napoleone III e Vittorio Emanuele II potevano essere considerati superati e annullati dai successivi fatti storici. Era una (piccola) provocazione, ma anche l’occasione per riportare un po’ di interesse su una vicenda dimenticata. Ora Fulvio Peirone, dell’Archivio di Stato torinese, ha fatto una scoperta che non consentirà certo di riscrivere la storia, ma getta nuova luce su quel momento lontano e cruciale: documenta in Per Torino da Nizza e Savoia (edito dal Centro Studi Piemontesi) che 1500 capifamiglia, al momento del passaggio, si avvalsero della possibilità di optare per la cittadinanza negli «Stati Sardi», e non diventare perciò francesi. Tutte le loro pratiche sono a Torino, dove vennero a consegnare la domanda. E se si considera che ai plebisciti i voti contrari all’annessione (ribattezzata eufemisticamente réunion proprio su consiglio di Cavour, l’architetto dello scambio con l’Imperatore francese: i due territori in cambio dell’alleanza contro l’Austria) furono 400, i conti non tornano. Chi aveva beni al di là della nuova frontiera li mantenne, ma fu una vera e propria diaspora. Mola di Nomaglio, che ha contribuito al volume con un saggio, spiega che i nizzardi, soprattutto, finirono per non fermarsi a Torino: cercavano il mare, e con l’Unità si sparsero per tutta Italia. La loro scelta era dinastica, ma anche risorgimentale, come testimonia bene la dichiarazione di nazionalità che fece l’ufficiale Cesare Verani, datata 15 giugno 1860: «Posto di fronte alla scelta amara di dovermi staccare dalla Patria italiana e dal magnanimo discendente di Casa Savoia, che furono sempre i miei idoli come di tutta la mia famiglia, ai quali ho offerto la mia spada e il mio sangue, non è difficile la scelta del mio cuore: io sono e voglio rimanere italiano». La ricerca, corredata da interventi di parecchi studiosi, è stata presentata ieri a Palazzo di Città, con alcuni discendenti di famiglie che avevano optato per l’Italia. La scelta in quel momento era già ben chiara: non si trattava di restare nel Regno di Sardegna, si guardava all’unificazione nazionale. La fecero quasi tutti i militari, in particolar modo gli ufficiali (salvo due, su 200) e in buona parte i soldati. Insieme con loro ci furono gli aristocratici e gli impiegati pubblici, ma da Nizza, che aveva un’economia molto più varia dell’agricola e pastorale Savoia, arrivarono persino un editore, undici sarte, un cioccolataio, un bottaio, tre camerieri. I cognomi, a scorrerli, suonano famigliari per qualsiasi piemontese, da Ricolfi a Bottero, da Musso a Viale. Ricostruire le discendenze, ritrovare gli ultimi eredi è ovviamente difficile, salvo nel caso di qualche famiglia aristocratica come i Corporandi d’Auvare o gli antenati dell’ammiraglio Luigi Durand de la Penne, leggendario incursore di Marina nella Seconda Guerra mondiale; o ancora quelli di Amedeo Guillet, il Lawrence d’Arabia italiano, scesi dal lago di Annecy. I militari fecero carriera, gli aristocratici ebbero ruoli importanti (come i Menabrea che lasciarono la Savoia: Luigi Federico fu, oltre che scienziato e generale, primo ministro del Regno tra il 1867 e il 1869) e così i funzionari pubblici. Ma che sarà stato degli altri? Lo studio di Fulvio Peirone è anche uno stimolo a cercare nei ricordi di famiglia, per riannodare una storia interrotta. Nizza si ribellò alla Francia nel 1871, dopo la sconfitta di Napoleone III; c’era anche Garibaldi. I «vespri nizzardi» vennero soffocati dall’esercito, ma continuò sottotraccia, sempre più marginale, una cultura autonomista e per molti aspetti italiana, tanto che l’ultimo libro di un intellettuale italofono, pubblicato nel 1926, era firmato proprio da un reduce di quei giorni lontani: il giornalista Giuseppe Brest, che giovanissimo aveva preso parte ai moti ed era stato internato. E non fu il solo: Giulio Vignoli, docente a Genova, ha ricostruito in un piccolo saggio, Storie e letterature italiane di Nizza e del Nizzardo (Edizioni Settecolori) una mappa di autori dimenticati, al di là come al di qua delle Alpi, soffocati da politiche nazionalistiche. I tempi, per fortuna, sono cambiati. Nizza è vicina, vicinissima, totalmente francese e soprattutto zeppa di italiani. La frontiera non esiste più e queste sembrano storie molto lontane. Ma ci parlano di una memoria comune che è andata a un passo dallo smarrirsi per sempre. E che adesso, a poco a poco, riaffiora.