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 2011  ottobre 27 Giovedì calendario

Addio Specchi, Trieste perde un pezzo di Mitteleuropa - Ha chiuso in silenzio come uno di quei 180 negozi che muoiono ogni giorno per colpa della crisi

Addio Specchi, Trieste perde un pezzo di Mitteleuropa - Ha chiuso in silenzio come uno di quei 180 negozi che muoiono ogni giorno per colpa della crisi. Da lunedì mattina chi passa in piazza Unità d’Italia si trova le poltroncine dello storico Caffè degli Specchi buttate alla meglio davanti alla grande vetrata. Dentro si scorgono il bancone vuoto e, al centro, spenta, la macchina del caffè che per anni ha servito migliaia di espressi e cappuccini. «Il salotto», uno dei luoghi mito di Trieste, è fallito miseramente lasciando tutti di sale (su Facebook è già nato un gruppo per salvarlo): autorità, intellettuali, turisti e triestini comuni che prendevano l’aperitivo o il «ristretto» vista mare. La notizia l’ha data ieri Il Piccolo. «La società che gestiva il Caffè dal 1990 porta i libri in Tribunale non riuscendo a coprire gli alti costi, tra i primi l’affitto: 38 mila euro a trimestre da versare ai proprietari del palazzo, le Assicurazioni Generali». I tredici dipendenti del locale sono stati liquidati. In realtà nessun fornitore aveva chiesto il fallimento. E’ stato il titolare, Andrea Giacomo Sessa, a mollare il colpo. «Tutto quello che potevo l’ho investito - ammette Sessa -, ho puntato a rilanciare l’attività ma non ci sono riuscito. Ho messo anche il locale in vendita, però gli interessati sono scappati di fronte agli elevati costi di gestione». Sessa conduceva il Caffè degli Specchi dal 2003. Il padre Angelo lo aveva rilevato all’inizio degli anni 90 e nel 2001 lo aveva ristrutturato. «Ma la crisi, la concorrenza e il venir meno dei congressisti sono stati fatali...». Con la chiusura del «Salotto» se ne va un altro lembo di Mitteleuropa che proprio nei caffè storici della città (insieme a quello degli Specchi, l’Urbanis, il Torinese, il Tommaseo, il San Marco, il Stella Polare e il Tergesteo, chiuso per i lavori nell’omonima galleria e in attesa di una nuova gestione) trova il suo scrigno magico. Ai tavolini di piazza Unità d’Italia, vera Babele d’Europa, si sono sedute intere generazioni di triestini e cittadini del mondo: borghesi, commercianti, artisti, letterati, irredentisti, Italo Svevo, Franz Kafka, James Joyce fino al barone Raffaello de Banfield e Giorgio Pressburger. Fondato nel 1839 dal negoziante greco Nicolò Stratti, le sue cantine poggiano sul castello Amarina fatto costruire dai veneziani nel 1370. Nel 1933 i caffettieri Antonio Cesareo e Vincenzo Carmelich fecero la prima importante ristrutturazione inaugurando la luce elettrica. Alla fine della seconda guerra fu alloggiamento per truppe, magazzino, stalla. Dopo il 1945 venne requisito dalle truppe angloamericane e la Marina britannica ne fece il proprio quartier generale. Nel 1954, con la fine del Governo militare alleato, il locale tornò caffè. Si dice che a Trieste tutto resiste un po’ di più che nel resto d’Italia. Eppure la sua chiusura dimostra che la crisi morde anche in una città grassa come la capitale del caffè, ormai orfana delle grandi famiglie (molte ebraiche) che nel 1831 fecero le Generali, delle dinastie mercantili, delle industrie dell’Iri, dei grandi commerci, di Ras e Lloyd Adriatico (oggi fuse sotto il cappello tedesco di Allianz Italia) ma sempre ricca di «cassettisti» del Leone, borghesi rentier, impiegati pubblici dagli stipendi sicuri e pensionati (il 50% dei triestini lo è). Ultimamente Il Caffè degli Specchi aveva perso la funzione di ritrovo di scrittori, rispetto al Tommaseo e al San Marco, ma restava intatta la frequentazione domenicale dove si comprano le paste, la sala lettura, l’aperitivo fuori ai tavolini dove splende il sole, e dove anche il fastidio dei piccioni diventava un divertimento.