CARLO BERTINI, La Stampa 27/10/2011, 27 ottobre 2011
Elezioni, chi spinge e chi frena - È chiaro che i leghisti non possono rompere sulle pensioni o su altro, perché sono legati mani e piedi al Pdl da questa legge elettorale che li obbliga a coalizzarsi: se vogliono votare a marzo, Bossi non può azzoppare Berlusconi con una sfiducia, per poi uscire di qui e andare a farci insieme un’altra campagna elettorale»
Elezioni, chi spinge e chi frena - È chiaro che i leghisti non possono rompere sulle pensioni o su altro, perché sono legati mani e piedi al Pdl da questa legge elettorale che li obbliga a coalizzarsi: se vogliono votare a marzo, Bossi non può azzoppare Berlusconi con una sfiducia, per poi uscire di qui e andare a farci insieme un’altra campagna elettorale». Già martedì pomeriggio, prima di quella ”intesina” che Berlusconi avrebbe portato a Bruxelles, Franceschini e gli altri dirigenti del Pd prevedevano come sarebbe andata a finire sulla base di un calcolo squisitamente politico. Da cui ne deriva che se si voterà a marzo Lega e Pdl dovranno andare alle urne a braccetto: quindi dovrà essere il premier a decidere di salire al Colle per una crisi «pilotata» evitando uno strappo che rompa l’alleanza col Carroccio. Tesi confermata da uno dei massimi dirigenti del «cerchio magico» con un’aggiunta significativa: «Noi in realtà vorremmo arrivare al 2013. Certo che è molto difficile andare avanti così, ma ditemi una ragione per cui Berlusconi dovrebbe aver voglia di andare alle urne rischiando di perdere». E la tesi di un patto per le urne in primavera viene liquidata da Bossi come «un’invenzione» perché «ho io il coltello dalla parte del manico e il giorno in cui non do più i voti si va alle elezioni». Urne a marzo o nel 2013? Con queste premesse, si capisce perché molti diano «50 a 50» la partita tra voto a marzo e urne nel 2013. Malgrado il governo sia andato sotto tre volte in aula, il primo vento di elezioni ha scatenato il panico nelle fila del Pdl dove molti rischiano la candidatura. Senza contare quelli convinti che «l’Europa preferisce tenersi un governo italiano debole e già commissariato»; senza contare i 350 parlamentari di ogni colore che maturano il vitalizio tra un anno, quelli che preferirebbero votare nel 2013, dopo un anno di governo tecnico, sono annidati nel Pd e nel Carroccio ma anche nel Pdl. Che in quel caso avrebbe più tempo per preparare una candidatura di Alfano benedetta dal Cavaliere. Nel Pd non è un mistero che Veltroni, Letta, Franceschini e altri big prediligano la soluzione di un governo ponte con tutti dentro per ripartire lo scontento di misure lacrime e sangue e poi andare alle urne. Nel Carroccio c’è chi, soprattutto tra i «maroniti», non vedrebbe male un anno di governo tecnico da osteggiare dall’opposizione, per sparare a zero su Europa e tecnocrati e riacquistare consensi perduti per una battaglia elettorale nel 2013. Evitare il referendum di giugno I fautori del «si vota in primavera» usano l’argomento del «come fanno ad andare avanti un altro anno?». Per non dire che votando col «porcellum» i principali leader potrebbero continuare a dettare legge avendo l’ultima parola sulle liste elettorali di «nominati». Bossi potrebbe regolare i conti interni, lo stesso dicasi per Berlusconi; il quale giocando di nuovo una partita in prima persona, continuerebbe a dare le carte nel centrodestra anche dall’opposizione. Casini, Fini e Rutelli potrebbero fare del Terzo Polo l’ago della bilancia se al Senato non si ottenesse una maggioranza. Bersani preferirebbe votare, per evitare i contraccolpi di un governo tecnico e per poter giocare con più vantaggio la partita delle primarie. L’alleanza Pd-Terzo Polo I vertici Pd vanno dicendo che «nell’ultimo mese Casini si è avvicinato molto» e che sta valutando seriamente la possibilità di allearsi non dopo, ma prima del voto con il Pd. «Ma se nei sondaggi da soli siamo forti - ragiona il suo braccio destro Rao - di sicuro correndo con Vendola e Di Pietro perderemo per strada molti voti e rischieremmo di uscirne portando meno deputati di Sel, quindi irrilevanti nella coalizione». Pure nel Pd, dove duellano le due fazioni di chi vuole l’alleanza «larga» e chi quella «stretta» con la sinistra, hanno fatto i loro conti: in molte regioni sono partite le manovre sulle liste elettorali che fanno tremare tutti quelli non ricandidabili. E con 340 deputati alla Camera grazie al premio di maggioranza, in caso di vittoria i Democrats ne avrebbero circa 200 come oggi, ma a Di Pietro e Vendola ne toccherebbero 70 a testa in base ai sondaggi. Quindi il potere di veto delle forze più radicali, sostenute da sindacati sulle barricate, sarebbe enorme. Tutti sanno che sui nodi dell’economia e del lavoro sarebbe un problema mettere d’accordo non solo le 18 correnti Democrats, ma anche Vendola e Casini. Ma lo slogan usato da Bersani per alludere ad un’alleanza col terzo Polo dopo il voto è quello di un governo di ricostruzione del paese. Gli «outsider» e i cattolici Tra quelli ben ancorati ai desiderata delle gerarchie vaticane circola uno scenario suggestivo e così sintetizzabile: se Casini riuscisse a coinvolgere la Marcegaglia o Montezemolo, sciogliendo l’Udc e scomponendo i grandi partiti sottraendogli le forze più vicine al mondo cattolico, potrebbe già nel 2012 lanciare un polo centrista capace di arrivare al 20%. Altrimenti tutta l’area dell’associazionismo «bianco» che vanta 16 milioni di iscritti, sosterrà i cattolici sparsi nei poli guardando prima i programmi ma senza abbandonare l’idea di una nuova aggregazione politica per gli anni a venire. Ma su Montezemolo si susseguono le voci - l’ultima a parlarne l’ex Pdl Giustina Destro passata al Misto - che sia determinato a scendere in campo con le sue liste. E non è un mistero che Italia Futura stia strutturandosi con sedi regionali battezzate in kermesse cui Montezemolo partecipa da leader riconosciuto.