LUCA MERCALLI, La Stampa 27/10/2011, 27 ottobre 2011
Non è stato il solito maltempo questo diluvio è “monsonico” - Fino a un secolo fa la colpa delle alluvioni era quasi solo del cielo, da cinquant’anni a questa parte è stato il turno del dissennato sviluppo urbanistico, ora la responsabilità sembra tutta dei cambiamenti climatici
Non è stato il solito maltempo questo diluvio è “monsonico” - Fino a un secolo fa la colpa delle alluvioni era quasi solo del cielo, da cinquant’anni a questa parte è stato il turno del dissennato sviluppo urbanistico, ora la responsabilità sembra tutta dei cambiamenti climatici. La verità è che le alluvioni di oggi includono tutti e tre questi ingredienti. Il territorio italiano, per morfologia e clima è storicamente da sempre soggetto a frequenti eventi idrogeologici intensi e gravosi, gli ultimi decenni di cementificazione sfrenata non hanno fatto altro che amplificare questa fragilità, e ora i primi segni di un incremento nell’intensità delle piogge aggiunge la ciliegina sulla torta. Tecnicamente il responsabile del catastrofico evento alluvionale che ha colpito martedì 25 ottobre lo Spezzino e la Lunigiana è stato un Sistema convettivo rigenerante a mesoscala. Si tratta di una vasta struttura temporalesca in grado di mantenersi stazionaria per molte ore sulla stessa regione, attivata in questo caso da una corrente a getto da sud posta attorno ai 9000 metri di altitudine che ha determinato una sorta di aspirazione dell’aria marittima presente a bassa quota, tiepida e carica di umidità, alimento principale delle precipitazioni. La barriera appenninica ha ulteriormente accentuato l’intensità dei rovesci. In tali sistemi le quantità di precipitazioni che si possono accumulare in poche ore sono «monsoniche», dell’ordine dei 200-400 millimetri in poche ore. In questa zona un episodio analogo si era verificato il 19 giugno 1996, sulle Alpi Apuane. Il 25 ottobre scorso si è arrivati a registrare al pluviometro di Brugnato, nell’entroterra spezzino, 540 mm di pioggia in meno di dodici ore, quanto cade in un anno ad Aosta. Frane, colate di fango e detriti, alluvioni lampo, inondazioni fluviali, e purtroppo vittime umane, sono stati l’inevitabile esito di questi nubifragi. Fin qui si tratta di ordinarie cronache di maltempo. Non dimentichiamo che la massima intensità di pioggia registrata in Italia appartiene al non lontano pluviometro di Genova Bolzaneto, 948 mm in 24 ore l’otto ottobre 1970, con annessa grave alluvione. Ma ora una nuova preoccupazione si aggiunge alla già critica situazione idrogeologica e urbanistica d’Italia: i cambiamenti climatici. Fino a qualche anno fa, l’aumento della frequenza e dell’intensità delle piogge intense era solo sulla carta, uno dei risultati attesi dai modelli matematici di simulazione del clima del futuro. Riscaldamento globale significa maggior evaporazione d’acqua dagli oceani e quindi accelerazione del ciclo idrologico, sia pure con grandi differenze locali. Ora sembra che questa tendenza si stia gradualmente esplicitando, e la sequenza di precipitazioni eccezionali si infittisce mese dopo mese. È difficile analizzare la statistica degli eventi estremi, che per loro natura sono rari. Ma se prendiamo la serie storica delle piogge dell’Osservatorio di Pontremoli, vediamo che il dato del 25 ottobre, pari a 371 mm, è il massimo dal 1920, e oltrepassa di quasi 100 mm il record precedente, i 285 mm del 19 agosto 1952. Non si tratta di un modesto superamento, ma di un dato statisticamente improbabile, che lascia pensare che stiano cambiando le regole del gioco. È come se a un gran premio di Formula 1, laddove le prime posizioni si conquistano sul filo delle frazioni di secondo, improvvisamente ci fosse un concorrente che arriva mezz’ora prima degli altri: pensi che abbia un motore speciale, diverso da quelli che siamo soliti usare. Il cambiamento climatico è anche questo, e dovremo fare i conti con nuove regole del gioco. Lo ribadisce per esempio il nuovo rapporto sugli scenari climatici della Svizzera, un autorevole studio collettivo presentato a Zurigo un mese fa: sebbene le precipitazioni intense siano tra gli eventi più difficili da prevedere, è lecito aspettarsi non certo una loro diminuzione ma piuttosto un loro incremento. Le soluzioni? Smettere di interrogarci su questi disastri solo in fase di emergenza, dimenticandocene pochi giorni dopo, smettere di affidarci al fatalismo del speriamo che me la cavo, smettere di considerare profeti di sventura i tecnici che da decenni evidenziano giustamente questi pericoli, ma progettare e realizzare con sistematicità e determinazione la vera grande opera di cui abbiamo bisogno: una pianificazione e manutenzione capillare del territorio che riduca il rischio climatico di oggi e si prepari a quello di domani.