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 2011  ottobre 26 Mercoledì calendario

IL PAPÀ DI DYLAN LE CANTA A WALL STREET

Barba bianca, papala rossa, cappotto marrone: a non conoscerlo, poteva quasi passare per un senzatetto. Forse lo ha fatto apposta. Per ribadire la sua natura di vagabondo, di cantastorie errante. Pete Seeger ha 92 anni e lotta ancora in mezzo a noi. Cinque giorni fa, a Occupy Wall Street, gli U2 mancavano. Anche Bruce Springsteen, che pure a Seeger ha dedicato un magnifico tour nel 2007 (Live in Dublin). Seeger invece c’era. Il folksinger senza il quale Bob Dylan non avrebbe amato i talkin’ blues. Il menestrello che ha permesso ai Byrds di rileggere Turn! Turn! Turn!. L’autore di Where Have All The Flowers Gone, cantata da Joan Baez e Marlene Dietrich. Soprattutto: il codificatore dell’inno per antonomasia di ogni protesta, We Shall Overcome, ispirata a un gospel di inizio Novecento. Esattamente la canzone che Seeger ha cantato a Wall Street, accompagnato da Arlo Guthrie, figlio di Woody: l’altro grande padre dei cantautori americani.
SEEGER è ancora sopra le barricate. Certo, nei decenni si è calmato. Inevitabile, per un newyorchese che era definito “l’usignolo di Stalin”. Non senza ragione: cominciò a nutrire dubbi sullo stalinismo solo dopo la denuncia di Kruscev al XX Congresso del Pcus. Ha attaccato brutalmente il presidente americano Lindon Johnson per il Vietnam. Ha esortato i figli, in un afflato pasoliniano, ad avere rispetto per i genitori. Ambientalista ante litteram, attentissimo alle sorti del fiume Hudson. Orgogliosamente comunista, come Josè Saramago. Indomito, come Mario Monicelli. Pasionario, come pochi altri. Parlando con Carlo Petrini, il papà di Slow Food, Seeger raccontò anni fa che la sbornia ecologista gli era venuta leggendo Primavera silenziosa di Rachel Carson (“Ho sempre pensato che fosse importante aiutare i deboli a mantenere il patrimonio della terra, ma lì si parlava di una terra avvelenata, che anche se non veniva tolta ai deboli sarebbe comunque morta”). Rammentando la genesi di We Shall Overcome, che a Wall Street hanno cantato tutti, in una trasversalità generazionale tanto utopica quanto provvisoria, minimizzò: “Non ho fatto altro che riadattare la versione che sentivo durante gli scioperi, facendone un inno per la gente oppressa sul lavoro e nella vita, che combatte per un giusta causa”. Poi parla degli inizi. “Ho fatto l’autostop sette mesi. Woody Guthrie mi insegnò come fare per imparare qualcosa e sbarcare il lunario. Mi disse: Siediti in un bar con il tuo banjo in spalla e ordina una birra. Bevila più lentamente che puoi. Prima o poi qualcuno si avvicinerà e ti chiederà se sai suonare lo strumento che porti. Dopodichè ti allungherà un quarto di dollaro per suonare, chiedendoti qualche canzone. Ti guadagnerai il necessario per sopravvivere e se non saprai la canzone richiesta te la insegneranno loro”. Parlava degli Anni Trenta, ma a Wall Street il vecchio Pete sembrava incredibilmente fedele ai suoi primi vent’anni.