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 2011  novembre 02 Mercoledì calendario

INTERVISTA A SPIELBERG

Steven Spielberg è a Los Angeles e sta girando un film. Niente di strano. È tutta la vita che non fa altro. E quando dico «tutta la vita», non è un’iperbole. Quest’uomo compie 65 anni a dicembre ma ha cominciato a essere regista quando ne aveva 12. Prima ancora di possedere una cinepresa, scattava foto e le metteva in fila incollandole su album, una specie di storyboard.
Il film che sta girando adesso è Lincoln, biografia del sedicesimo presidente degli Stati Uniti (lo interpreta Daniel Day-Lewis). Intanto, ne ha pronti altri due: War Horse, in uscita a Natale negli Usa e a gennaio in Italia, e Le avventure di Tintin - Il segreto dell’Unicorno, il suo primo film d’animazione, che sarà in sala il 28 ottobre dopo un’anteprima al Festival internazionale del film di Roma. Prodotto insieme a Peter Jackson, Tintin è uno dei cento (mille?) progetti che gli ronzavano in testa da tempo. Avrebbe voluto già ­realizzarlo una trentina d’anni fa e pensava di dare a Jack Nicholson il ruolo di Capitan Haddock.
Durante una pausa pranzo sul set di Lincoln, ha accettato di venire al telefono per parlare un po’ con me. Non ci siamo mai incontrati di persona, io sono una giornalista italiana e lui è l’Imperatore di Hollywood. Ma, essendo cresciuta, come molti, con i suoi film, ho la sensazione di stare al telefono con un vecchio amico. Uno che ha trasformato la sua infanzia nell’infanzia di un bel po’ di generazioni.

I fumetti di Tintin non erano diffusi in America quando lei era ragazzino. Che cosa leggeva?
«Leggere è una parola grossa. Guardavo le figure, mi interessavano di più i disegni. I miei preferiti erano Superman, Batman, Dick Tracy e tutte le “strisce” che offrivano le edizioni domenicali dei quotidiani. Non so come possa tradurlo in italiano, noi li chiamavamo Sunday Funnies. Ma il mio divertimento principale è stato subito il cinema. I miei genitori mi ci portavano sempre».
Ricorda la prima volta?
«Avrò avuto quattro anni. Faceva un freddo pazzesco ed ero in coda con mio padre per andare a vedere Il più grande spettacolo del mondo di Cecil B. De Mille. Papà mi aveva detto che era un film sul circo, io avevo capito solo la parola “circo” e quello mi aspettavo. Entrammo quasi per ultimi, erano rimasti posti solo nelle file davanti e io mi spaventai. Dov’era il circo? Non si stava seduti tutti intorno, ma rivolti nella stessa direzione di questa cosa enorme, con una grande tenda rossa. Poi venne il buio, il sipario si sollevò e cominciarono i rumori. Non capivo da dove arrivassero, ero terrorizzato».
Lei ha tre sorelle: Anne, Sue e Nancy. Che rapporto aveva con loro?
«Sono state fondamentali nella mia formazione come regista. Quando, verso i 12 anni, ho cominciato a girare i primi film casalinghi, sono state le mie collaboratrici. Scenografe, costumiste, attrici, tutto. E anche business-woman. Andavano in giro a vendere i biglietti per le mie proiezioni. Una volta raccolsero ben cento dollari, bravissime».
Le comandava a bacchetta?
«Sì, lo ammetto: ero un prepotente. Loro mi ubbidivano, non potevano dire di no al fratello maggiore, altrimenti avrei reso loro la vita impossibile».
Solo una di loro, Anne, ha lavorato un po’ nel cinema. Che cosa fanno le altre?
«Anne scrive, è stata autrice della sceneggiatura di Big, il film con Tom ­Hanks. Le altre hanno due figli a testa, fanno le mamme e le casalinghe, e non è impegno da poco».
È ancora lei che comanda in famiglia?
«No, io comando solo sul set. Da quando ho incontrato mia moglie (l’attrice Kate Capshaw, sposata in seconde nozze vent’anni fa, ndr) ho abdicato a qualunque forma di potere tra le mura domestiche. Mi definisco un umile e felice collaboratore di Kate».
Quando vi siete conosciuti lei aveva un figlio, Max, dal precedente matrimonio con Amy Irving. Kate ne aveva due, Jessica (attrice, è la dottoressa Arizona Robbins di Grey’s Anatomy) e Theo, adottivo. Poi ne avete avuti insieme altri tre (Sasha, Sawyer, Destry) e adottato Mikaela. C’è qualcuno di loro che sta seguendo le sue orme?
«Sasha, che ha 21 anni, mi ha detto che vuole diventare regista. Fa già un sacco di cose con suo fratello Theo: compongono canzoni, progettano video, cose così».
E Max, il primogenito? In Ritorno al futuro 2, che era ambientato nel 2015, c’era un cinema in cui si annunciava il film Lo squalo 19, diretto da Max Spielberg.
«Se lo ricorda davvero? Era un omaggio di Robert Zemeckis al mio bambino, allora piccolissimo. Ma poi Max non ha fatto il regista. Disegna e progetta videogame».
Nuove generazioni, nuove frontiere. A proposito. Alla morte di Steve Jobs lei ha dichiarato che è stato il più grande inventore dopo Thomas Edison.
«Era un genio, un uomo che pensava fuori dagli schemi. Ogni sua creazione è stata una rivelazione per tutti noi».
La sua Dreamworks e la Pixar di Steve Jobs sono rivali nel settore dell’animazione, ma entrambe hanno portato i cartoni animati a nuove dimensioni. Perché nell’ultimo decennio l’animazione è stata così importante per l’industria del cinema?
«Lo è sempre stata, fin dagli albori della Disney. Si è evoluta tecnologicamente, questo sì, ma resta un’attività centrale perché crea prodotti di cui tutta la famiglia può godere insieme».
Ma non pensa che ci saranno sempre meno occasioni per andare al cinema come faceva lei con i suoi genitori? Il film in sala è minacciato da altre forme di divertimento, da Internet per esempio…
«Il cinema ha avuto molti rivali, a cominciare dalla Tv. Però è sempre sopravvissuto. Il rito di stare insieme in una sala è imbattibile».
Il 3D lo aiuterà a sopravvivere?
«Solo le buone storie aiuteranno il cinema a sopravvivere».
Me ne racconta una sulla sua infanzia?
«A casa eravamo ebrei poco osservanti, nel senso che non mangiavamo kasher e, anzi, ci piacevano un sacco i proibitissimi crostacei. Un giorno mia madre aveva comprato quattro aragoste e stava per mettersi a cuocerle. All’improvviso, inatteso, arriva il rabbino a trovarci. Mia madre mi dice di prendere le aragoste, che erano ancora vive, e di nasconderle. Io le metto sotto il letto. Poi il rabbino pensa bene di venire a salutare anche me. Io sto seduto sul letto e con i piedi cerco di spingere le zampe delle aragoste perché lui non le veda. Il rabbino mi fa: “Ti vedo teso, Steve. C’è qualcosa che non va?”. E io: “Niente, solo che devo andare in bagno”. A quel punto, lui uscì e le aragoste cominciarono a scappare per tutta la stanza, le riacciuffai e poi, quella sera, ce le mangiammo».
Bella storia. Mi ha fatto venire in mente il piccolo Elliot di E.T., che nasconde l’extraterrestre nella sua cameretta.
«Beccato! Anche a me, al contrario, molto tempo fa».