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 2011  ottobre 26 Mercoledì calendario

Macché Fabio Volo Leggiamo Comisso, eretico arci italiano - In questi giorni in cui non brilla altro, nelle vetrine e nelle classifiche, che il nuo­vo libro di Fabio Volo, men­t­re si formano lunghe code per ac­quistarlo, consumarlo come un prodotto qualunque in un qualun­que supermercato, nella mia bot­tega artigia­nale di lettore mai con­dizionato dalle mode mi sono im­battuto in Giovanni Comisso (1895-1969) e nel suo romanzo d’esordio, del 1925, Il porto del­l’amore , appena ripubblicato co­me tante sue opere da Longanesi

Macché Fabio Volo Leggiamo Comisso, eretico arci italiano - In questi giorni in cui non brilla altro, nelle vetrine e nelle classifiche, che il nuo­vo libro di Fabio Volo, men­t­re si formano lunghe code per ac­quistarlo, consumarlo come un prodotto qualunque in un qualun­que supermercato, nella mia bot­tega artigia­nale di lettore mai con­dizionato dalle mode mi sono im­battuto in Giovanni Comisso (1895-1969) e nel suo romanzo d’esordio, del 1925, Il porto del­l’amore , appena ripubblicato co­me tante sue opere da Longanesi. E ad apertura di pagina sono rima­sto catturato. Nel linguaggio del giovane Comisso si può dire che ­come secondo lui a Fiume, la città occupata e governata da D’An­nunzio con i suoi arditi- «tutto pal­pita e strepita alla maggiore poten­za ». Tutto è sensuale ma arduo, senza nessuna delle musicali sire­ne dannunziane. Carnale ma pre­ciso, sino a trovare e sottolineare corrispondenze tra il tepore del so­le, la «languidezza» di un giovane corpo e il cibo che lo ricrea. Il por­to dell’amore, ambientato a Fiu­me durante una delle pagine di storia più controverse e audaci, e forse profetiche, del XX secolo, ignora completamente la storia. Ignora completamente le idee. È un libro che trabocca di figure di amici, di senso dell’amicizia viri­le. Giuliano, Simone, Manfredo, Enrico sono pronti a motteggiare, ad abbracciarsi, a mostrare i corpi nudi, mentre dormono, mentre si insaponano voluttuosamente le ascelle. E sono pronti a sostenere che «la bellezza deve essere ricer­cata dovunque », o a voler «posse­dere la notte» (e una voce più so­bria commenta: «Buona intenzio­ne, ma in quale modo?»). Fa una comparsa fugace la cocaina, con­seguenza della regola secondo cui «qui si fa senza alcun ritegno tutto ciò che si vuole». Basso e su­blime, luce e buio vivono in una vi­cinanza inestricabile. Più tardi, in uno scritto pubbli­cato in Satire italiane (riedito da Longanesi nel 2008), Comisso traccerà un lucido bilancio di una giovinezza vissuta al massimo, che tutto ha fatto, tutto ha visto, co­sì colma di esperienza da sembra­re vecchiaia. Una giovinezza che in lui è continuata, con i viaggi e i vagabondaggi che hanno prodot­to­pagine straordinarie come quel­le su Bologna con la sua aria che dà appetito, su Napoli dove l’aria è vellutata e scivolosa, su Roma do­ve si vive così mondanamente l’amicizia, su Milano, città che «sorge nella pianura come un ac­campamento nel deserto», dove l’amicizia è strozzata dal lavoro. Pochi autori sono attenti come Comisso ai dettagli minimi delle cose, al passare del tempo, al sen­so delle stagioni, che sa cogliere mirabilmente anche nella vita di trincea nel suo libro di memorie intitolato Giorni di guerra , del 1930. Chi è dunque Giovanni Co­misso? Il disertore che nel 1919 la­scia le truppe italiane per unirsi ai legionari di D’Annunzio a Fiume, o il borghese che nel 1930, con le 100mila lire guadagnate inviando a un grande giornale una cinquan­tina di corrispondenze da Cina e Giappone compra un podere alle porte della sua Treviso? Quello che ha della natura una visione sel­vatica, sensuale, o quello che ne ha una concezione georgica, virgi­liana, come emerge da molte pagi­ne di La mia casa di campagna ? Probabilmente Comisso è tutte e due: riesce a far convivere in sé sfrenatezza e conservatorismo, il viaggiatore compulsivo e il signo­re di campagna, la ricerca di av­ventura e la ricerca di felicità. Di fronte a Montale, che disse con un po’ di civetteria di aver vissuto al 5%, Comisso vive senza far conto di percentuali. Vuole il massimo di libertà, il massimo di piacere. Qualcuno lo dipinge come un nar­­cisista, come un immoralista. Cer­to è che appare ai suoi critici e al cu­ratore del suo Meridiano, Rolan­do Damiani, «estraneo alle parole d’ordine del Novecento». Pasoli­ni ne fa un elzevirista, un prosato­re d’arte, maggiore di Cardarelli e Cecchi. A me pare che in Comisso non ci sia affatto il culto della puli­zia formale e dell’ordine degli au­tori della Ronda. La sua prosa è dis­sonante, sporcata da qualche vo­luta trasandatezza. Il suo mondo e il suo stile sono la sua vita. Diffici­le chiuderlo in una definizione. A me Comisso sembra un anticon­formista, un maestro di sensazio­ni, estraneo alla grande narrazio­ne e al romanzesco. Eccentrico e arci-italiano, alla fine.