Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2011  ottobre 26 Mercoledì calendario

Le regine del bosco ovvero l’epica lotta delle brigantesse - Chi erano le brigantes­se? Erano più crimina­li che patriote? Ognu­no può dare il proprio giudizio

Le regine del bosco ovvero l’epica lotta delle brigantesse - Chi erano le brigantes­se? Erano più crimina­li che patriote? Ognu­no può dare il proprio giudizio. Certo è che, contro di lo­ro e contro i briganti, l’Italia com­mise crimini terribili. Città intere furono saccheggiate, le fucilazio­ni divennero strumento educati­vo per la popolazione, le carceri si riempirono di sospetti traditori della patria: che fossero uomini o donne, ragazzi o bambini non im­portava. Ogni diritto umano fu cal­pestato e si dimenticarono pietà e compassione. Alle donne non fu risparmiato nulla e dovremo rac­contare degli stupri di cui si resero colpevoli i soldati piemontesi. Col­pe per cui nessun uomo delle trup­pe sabaude pagò. Anche i briganti si rivelarono fe­rocissimi, ai soldati poteva capita­re di venire evirati, da morti o da vi­vi: una pratica che nessun eserci­to perdona. Si diceva che fossero proprio le brigantesse a compiere l’opera,ma è difficile credere che i loro uomini lo permettessero. Furono tremendi gli interventi legislativi e l’approccio militare scelti per controllare il malconten­to, sedare le rivolte e rendere «ita­liano » il sud arretrato e affamato dai Borbone, come i piemontesi vollero presentare il regno delle Due Sicilie. E il peggio, per i meri­dionali, arrivò nei primi decenni dopo l’Unità. Per comprendere quel periodo è necessario raccontare le vite di uomini, e soprattutto di donne, ri­maste troppo a lungo vittime del­la propaganda risorgimentale. E le brigantesse meritano il loro po­sto nel nostro passato e di essere ri­cordate per quello che furono, non più dunque mito, leggenda o modello da sfruttare nel bene e nel male. La storia dimostra che il popolo si ribella solo quando la sofferen­za supera il limite del sopportabi­le e se intravede possibilità di riu­scita. Per le donne è diverso. Una donna meridionale dell’Ottocen­to diventa una­combattente pron­ta a tutto se le si impedisce di vive­re, amare, accudire; se le si nega la possibilità di essere donna come erano state la madre e la nonna pri­ma di lei, come le avevano inse­gnato; se le si toccano i figli, il pro­prio uomo. Ubbidirono all’istinto – a leggi ataviche e naturali – più che alla consapevolezza di farsi paladine dell’autodeterminazione femmi­nile, certo inconsapevoli che, un giorno, sarebbero state ricono­sciute come le prime femministe italiane. Impugnando le armi e condividendo la vita alla macchia delle bande, le brigantesse riven­dicarono il diritto di vivere la pro­pria vita, assumendo su di sé il po­tere e la libertà di decidere, la re­sponsabilità delle proprie scelte e spesso un ruolo inedito di coman­do. Rifugiandosi in un bosco accan­to al marito o all’uomo amato, por­tando in grembo un figlio e in spal­la il fucile, le brigantesse vissero in piccole società in cui i ruoli veniva­no assegnati ai componenti della banda, non ai maschi o alle femmi­ne. A loro importava poco se gli abiti che indossavano – sovente sfilati ai soldati nemici uccisi –era­no di una stoffa così ruvida da pro­vocare ulcere dolorosissime do­po ogni spostamento a cavallo, ca­valcato a pelo perché non c’è tem­po di sellarlo quando ti danno la caccia. E il cavallo è un prezioso, ambitissimo strumento bellico per l’epoca: solo una minoranza di briganti ne può avere uno. Non fa nulla se mantenere la propria femminilità è quasi impossibile, se si deve dormire in una grotta o all’addiaccio, perché il posto del­la brigantessa è lì, lo ha scelto lei. Fecero la scelta dei boschi, che allora non erano i luoghi romanti­ci dei nostri tempi, bensì posti che incutevano paura anche a chi li abitava. «Meglio morire in piedi che continuare a vivere in ginoc­chio » ripetevano i contadini di­ventati briganti. Ma la ribellione non è per tutti. Soprattutto per le donne, resistere fu l’eccezione, non la regola; e tutte pagarono un prezzo molto alto. Prima erano contadine e filatrici, cucivano, ri­c­amavano oppure andavano a ser­vizio nelle case dei signori del pae­se. Si occupavano della famiglia, crescevano i figli e accompagna­vano il marito nelle fatiche quoti­diane. Poco più che bambine, la maggior parte già conosceva il mondo attraverso il sudore, la fa­me, i soprusi, le mani callose, la schiena che fa male. Poi un evento – una tragedia o una gioia grande co­me l’amore – stravol­ge tutto all’improvvi­so e di quella nor­malità, sia pure ter­ribile, non resta più nulla. Per amore di­ventarono bri­gantesse anche Maria Capitanio, Michelina De Ce­sare, Maria Olive­rio e Filomena Pennacchio. Per amore, sì, ma occor­re riflettere sul per­ché il fenomeno delle brigantesse esplose proprio durante la guerra civile scoppiata tra «pie­montesi » e meridionali negli anni Sessanta dell’Ottocento. Il brigantaggio esisteva dal Cinque­cento, nel Sud e nello Stato della Chiesa, però fu soltanto allora che tante donne ne divennero prota­goniste: perché il fenomeno si era enormemente ampliato, ma an­che perché le donne meridionali volevano prendervi parte attiva, ossia combattere.