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 2011  ottobre 26 Mercoledì calendario

Il banchiere che blocca il Paese restando incollato alla poltrona - Saranno le pensioni, sarà l’enorme debito, saranno le pre­sunte chiacchiere intercettate di Silvio Berlusconi

Il banchiere che blocca il Paese restando incollato alla poltrona - Saranno le pensioni, sarà l’enorme debito, saranno le pre­sunte chiacchiere intercettate di Silvio Berlusconi. Ma l’irrigidi­mento e il sarcasmo del presiden­te francese Nicolas Sarkozy con­tro l’Italia ha soprattutto un nome - Lorenzo - e un cognome, anzi due: Bini Smaghi. L’intoppo che ostruisce il fluire dei rapporti tra i due Paesi ha le sembianze di que­sto economista fio­rentino di nobi­li natali il quale non intende libera­re il posto che occupa da sei anni nel comitato esecutivo della Ban­ca centrale europea. La vicenda è nota. Quando, la primavera scorsa, Mario Draghi fu indicato come futuro presiden­te della Bce, l’Italia prese un impe­gno con Parigi: rendere disponibi­le la poltrona di Bini Smaghi. Due italiani contro zero francesi nel bo­ard di Francoforte è intollerabile per lo sciovinismo d’Oltralpe. Ma vista nell’ottica degli equilibri in­ternazionali, la situazione risulta obiettivamente squilibrata. Il bo­ard è composto da 6 persone, il presidente e 5 consiglieri, che og­gi sono un portoghese ( che fa da vi­ce), uno spagnolo, un tedesco, un belga, e appunto il banchiere pa­trizio di Firenze. Fino a ieri la rap­presentanza francese era nelle mani autorevolissime di Jean-Claude Trichet, il presidente. Do­mani una delle maggiori econo­mie dell’Ue sparirebbe d’emblée dal suo vertice finanziario. Berlusconi aveva preso un im­pegno preciso al momento della designazione di Draghi: Bini Sma­ghi si sarebbe fatto da parte. Sarkozy appoggiò la nomina del banchiere italiano per il dopo Tri­chet a patto che un francese en­trasse nel board. Il nostro premier diede la parola. Ed è questo che ir­rita l’Eliseo: le mancate dimissio­ni vengono interpretate come un venir meno alla promessa. Ma il banchiere non aveva preso nes­sun impegno. O meglio, Bini Sma­ghi aveva assicurato a Sarkozy che avrebbe liberato il campo entro la fine dell’anno, non subito. L’ad­dio non doveva sembrare legato all’arrivo di Draghi a Francoforte, quanto alla scelta di un posto di maggiore prestigio. Quest’impegno era stato preso al telefono. Nulla di ufficiale. Inve­ce il governo si era solennemente assunto l’obbligo di garantire le di­missioni. Berlusconi confidava nel senso dello Stato e nel dovere della responsabilità istituzionale che non mancano certo al conte Lorenzo. Si sarebbe trovato un modo per valorizzarne adeguata­mente l’importante curriculum e il bagaglio di competenza, espe­rienza, rapporti internazionali. Tuttavia Bini Smaghi, 55 anni, studi in Belgio e Stati Uniti, una carriera tra il Fondo monetario in­ternazionale e il servizio studi di Bankitalia prima di approdare al­la banca centrale di Francoforte in sostituzione di Tomaso Padoa-Schioppa, riteneva che solo una destinazione facesse al caso suo: quella di governatore in via Nazio­nale. Un’ambizione senz’altro le­gittima, al punto di essere rimasto fino all’ultimo nel novero dei can­didati alla successione di Draghi. Ma contro la sua designazione è giunto il veto di Napolitano. Berlusconi ha offerto a Bini Smaghi la presidenza dell’autori­tà Antitrust, in scadenza ad aprile. Gli ha garantito che si sarebbe bat­tuto a suo favore per la presidenza della Banca europea degli investi­menti: battaglia difficile perché è arduo strappare una seconda pre­sidenza dopo quella della Bce, ma non impossibile. Il suo nome è cir­colato anch­e nei momenti di mag­giore tensione tra il premier e Giu­lio Tremonti come possibile nuo­vo ministro dell’Economia. Per convincere Bini Smaghi a la­sciare Francoforte, Berlusconi ha soltanto l’arma della «moral sua­sion », come si dice dalle parti del Quirinale. I membri del comitato esecutivo sono inamovibili, a ga­ranzia della loro indipendenza da eventuali pressioni dei governi che li hanno designati. Il conte fio­rentino è blindato da un parere dell’ufficio legale della Bce: le di­missioni di un consigliere devono essere volontarie e compensate dalla collocazione in un posto ade­guato al rango del soggetto. Ed ec­coci all’impasse odierna. Arriva Draghi, resta Bini, Sarkò si irrita e Berlusconi deve mediare, convin­to che ciò sia all’origine dell’in­transigenza francese. Ci sarebbe anche la testardaggine di Bossi, ma quella è un’altra partita.