MARCO BELPOLITI, La Stampa 26/10/2011, 26 ottobre 2011
Arminio, il poeta in fuga che si porta via i paesi - Franco Arminio non è un paesologo, come lui stesso si definisce da qualche anno, e come è reputato da critici e giornalisti, bensì un traslocatore
Arminio, il poeta in fuga che si porta via i paesi - Franco Arminio non è un paesologo, come lui stesso si definisce da qualche anno, e come è reputato da critici e giornalisti, bensì un traslocatore. Lui non va a vedere un luogo - i paesi dell’Irpinia, quelli della Lucania, i dintorni di Napoli e persino l’Alto Adige -, va a prelevarlo, per cercare di portarlo in salvo. Il suo trasloco è particolare poiché avviene nel linguaggio; quello che Arminio reca con sé sono parole. Del resto è prima di tutto un poeta e uno scrittore, per quanto abbia preso a fare il documentarista e il fotografo: registra immagini dei luoghi che attraversa, e scatta anche fotografie, come le 150 porte che illustrano, in una sorta di piccolo puzzle, la copertina dell’ultimo libro: Terracarne (Mondadori, pp. 351, 18). La sua è in definitiva una sorta di fuga. Da piccolo il maestro una volta non gli ha dato il permesso di fare la pipì, racconta, e allora è uscito dalla finestra, a piano terra presumo, e se ne è andato. Da quella fuga, aggiunge, non è più tornato. Da cosa fugge Arminio? Lo ripete quasi in ogni ritratto di paese che raccoglie in questo libro: da se stesso. L’attacco del secondo capitolo è emblematico: «Io abito il mio corpo come si abita una casa sospesa su una frana. Scrivere è un modo per tenere a bada il pericolo, la perenne emergenza su cui è fondata la mia vita. La scrittura fa la spola tra i mali veri e presunti del mio corpo e tra i mali veri e presunti della mia terra». Due proposizioni che danno il senso del lavoro letterario, ma anche culturale, e persino politico, che Arminio fa da anni in modo testardo, continuo e ossessivo. Nelle sue pagine non si trova mai un’idea del Sud, di cui pure racconta il lato in ombra, i paesi abbandonati e deserti, il postterremoto in Irpinia; nei suoi libri in prosa e in poesia ( Viaggio nel cratere oppure Cartoline dai morti ) non c’è alcuna ideologia sociale o politica, e neppure una proposta per cambiare le cose, per migliorare il mondo. Arminio è un poeta, e ai poeti non si chiedono ricette per risolvere i problemi, bensì parole che ci tengano desti, ci scuotano e anche ci consolino. Questo fa lo scrittore di Bisaccia, borgo abbarbicato nell’Irpinia d’Oriente, uno dei più originali e imprevedibili autori della letteratura italiana contemporanea, e al tempo stesso autore che possiamo definire politico. In cosa consiste la sua politicità? Nell’identificarsi con il paesaggio che ha intorno, nello scoprire di continuo che le sue malattie - è un ipocondriaco - sono anche le malattie della terra che abita, e viceversa: ogni paese dismesso, mal curato, deturpato, sbrecciato, trova in lui un corrispettivo, un segno, nel corpo e soprattutto nell’anima. Li somatizza, come se la terra che ha intorno fosse lui stesso, e viceversa. Seguendolo nei suoi itinerari, debitamente illustrati da una serie di cartine accluse al volume, noi vediamo quello che anche lui vede, ma lo scorgiamo sempre attraverso il suo corpo; meglio: attraverso gli umori; poiché Arminio è uno scrittore umorale. L’accidia, l’ansia, la depressione, la malinconia, lo tallonano da vicino, anzi gli sono addosso come parassiti che lo infestano, ma gli forniscono anche un’identità; e lui, mentre se ne va a Rivello o a Viggiano, mentre si sposta da Forenza a Banzi (nomi che a chi vive lontano non dicono nulla, ma che invece evoca come potenze visive attraverso poche righe o piccoli accenni), sente che l’ansia lo tiene d’occhio, per quanto abbia smesso, ad esempio un mattino, di assillarlo: «Sto legato alla sua cuccia, ma il guinzaglio è più lungo». Così si descrive nei brevi e fulminanti capitoli di questo libro di narrazioni e viaggi. Eccolo un mattino su una panchina, mangia un panino; non vuole perdere tempo, sciupare minuti o ore preziose, seduto comodamente a tavola. Lui è andato lì, in quel paese, per vedere cosa c’è: la gente, le strade, i bar, i cimiteri, in particolare. Va in giro a nominare, e mentre nomina cose e persone, vivi e morti, ci racconta un Sud davvero inedito che è rimasto per decenni invisibile, e di cui nessuno, o quasi, parla più. La desolazione è la sua Musa, ma non c’è solo lei. Arminio è anche ispirato da un profondo sentimento umoristico, perché mentre si leggono le sue pagine si ride per i continui paradossi, le descrizioni di sé e degli altri. Pratica la politica dello humour, che è un altro aspetto della sua personalità. Al termine di queste pagine, scritte con eleganza eppure ruvide, si conosce, o riconosce, il Paese che noi tutti abitiamo, le cento e mille località distese lungo lo Stivale, dove alloggiamo, o abbiamo alloggiato, perché Arminio non descrive solo l’Irpinia desolata, bensì un luogo dello spirito che conosciamo molto bene. Per questo Terracarne , che prende il nome dal suo particolare modo di essere, non è un libro localistico, bensì globale, mondiale. È un libro sui paesi senza essere paesano, sull’identità senza fornire alcuna identità, un libro singolare eppure universale. Ha ragione Roberto Saviano quando dice che in questo libro, nelle sue pagine, ci sono frammenti di luce. A tratti abbagliante.