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 2011  ottobre 26 Mercoledì calendario

“Così sono diventato l’angelo custode del pianista perfetto” - Il successo di una serata è completo quando il pianista è bravo, il pianoforte è bello e l’accordatore ha lavorato bene»

“Così sono diventato l’angelo custode del pianista perfetto” - Il successo di una serata è completo quando il pianista è bravo, il pianoforte è bello e l’accordatore ha lavorato bene». A 16 anni Federico Romerio non sapeva che sarebbe diventato il motto di una vita. Ad Arona, sul Lago Maggiore, studiava in un istituto tecnico e in casa suonava il pianoforte. Per divertirsi, soprattutto. Finché alla porta si è presentato Giancarlo Pedroli, erede di una tradizione che è ancora tutta artigianato, senza scuole, tramandata di generazione in generazione. Ha un diapason, e la pazienza di insegnare un mestiere. Capisce che quel ragazzino non è solo curioso: ha voglia di imparare. Di diventare un accordatore. «Abbiamo lavorato insieme per diverso tempo», racconta Romerio, che oggi vive a Milano e percorre l’Italia tra festival e concerti. Accordatore ufficiale di Steinway & Sons, ora è a Vercelli e ogni giorno prepara il pianoforte per i musicisti emergenti del Concorso Viotti. «Ci sono giovani molto sensibili, come i grandi, che chiedono una sonorità pastosa e dolce. Di solito invece vogliono suoni brillanti e immediati». La svolta, per Federico Romerio, è a metà degli anni Novanta, quando già bazzica i teatri da un decennio: «Il nostro mondo è piccolo così. Quando me ne sono andato da Pedroli, mi ha contattato Angelo Fabbrini, che è il miglior tecnico al mondo. È stato l’accordatore di Pollini, Benedetti Michelangeli. Insieme, e accanto ad altri accordatori, abbiamo fondato a Milano «Classica Musica». Una delle condizioni per la nascita della società era di diventare la concessionaria di Steinway. La ottenemmo nel ‘96». Da allora l’ex ragazzino che studiava musica ha lavorato con Martha Argerich e Claudio Arrau, con Nikita Magaloff e Mitsuko Uchida. Oggi lega il suo nome a Radu Lupu e Grigory Sokolov. «Per accordare un piano ci vogliono orecchio musicale e un paio d’ore di pazienza per portare le corde alla giusta altezza del suono - racconta -. E anche un po’ di psicologia, per capire che cosa vuole il pianista». A volte capita qualche imprevisto. «Mi è capitato, venti minuti prima di un concerto, di estrarre un tasto e rompere il martello. Panico. Ho sostituito tutto come fossimo a un pit- stop di Formula 1». Suonava Sokolov, che era in camerino e non si è accorto di nulla. «Per fortuna. Sokolov è precisissimo. Gira con una livella in borsa e controlla se pianoforte e panchetta sono in bolla. Se non va, bisogna spostarli. Anche Pollini è molto attento. In scena posiziona e sposta il pianoforte anche un millimetro o due per cercare la migliore acustica possibile». Tra accordatore e musicista il rapporto non è sempre idilliaco. «Non con tutti i pianisti riesci a creare un rapporto umano. Martha Argerich è carinissima, Lupu è molto sensibile, ma altrettanto esigente. È così. Bevi un caffè insieme cinque minuti prima e poi però diventi il peggior nemico perché non metti a posto il pianoforte come vogliono loro». Meglio il diapason o l’elettronica? «Esistono programmi che sgravano il lavoro su strumenti molto fuori posto, ma nulla come l’orecchio umano dà una sonorità così appagante. L’elettronica è perfetta, ma molto più fredda». Federico Romerio entra a teatro, ma accorda anche il pianoforte nelle case di politici e manager. Come quel milanese che per i settant’anni si è visto regalare dai dipendenti un pianoforte ornato di fiocco rosso. «L’ho sentito suonare Gershwin. Ed era pure bravo».