TONIA MASTROBUONI, La Stampa 26/10/2011, 26 ottobre 2011
“Il rischio è buttare i frutti del nostro miracolo economico” - L’ Italia rischia di mandare in rovina i frutti del miracolo economico se non fa le riforme che l’Europa le chiede»
“Il rischio è buttare i frutti del nostro miracolo economico” - L’ Italia rischia di mandare in rovina i frutti del miracolo economico se non fa le riforme che l’Europa le chiede». In questi giorni Vito Tanzi è in Italia, ospite dell’Istituto Bruno Leoni. Quando era sottosegretario all’Economia, all’inizio degli anni Duemila, l’italoamericano era sempre seguito da un nugolo di cronisti affamati di notizie. Non solo per la sua biografia: dopo essere stato per vent’anni a capo del dipartimento delle politiche fiscali del Fmi, l’esperto mondiale di conti pubblici era stato catapultato nel ministero di Giulio Tremonti con una solida fama di economista. E diceva sempre, candidamente, quello che pensava. A un certo punto, nel 2003, lasciò. Qualcuno insinuò che Tremonti, innervosito da quel brutto vizio, l’avesse messo alla porta. È andata così professore? «Devo smentire questa tesi. È stata una scelta mia. Diciamo però che io ero abituato a dire le cose come le vedevo, non avevo interesse a dire la versione ufficiale che chiedevano al ministero». Scusi, che vuol dire la versione ufficiale? I conti sono conti. «Appunto. Non c’erano riunioni in cui qualcuno spiegava questa “versione ufficiale”. Dovevamo coglierla a naso. Già pochi mesi dopo il mio arrivo, nel 2001, il ministro Tremonti mi mandò a una conferenza al posto suo. Dissi che c’erano problemi di finanza pubblica e che bisognava tagliare la spesa. E che non bisognava vedere solo le “vacche grasse”, le cose positive, ma bisognava vedere tutto. Tremonti mi volle vedere e mi disse che dovevamo dire sempre che non avremmo mai messo le mani nelle tasche negli italiani». Lei come reagì? «Dissi che i conti pubblici non andavano bene. Dopo un po’, quando ho capito che non si facevano le cose che pensavo si dovessero fare, ho preferito tornare a fare l’economista». E oggi cosa pensa dell’Italia? «Penso che di recente, dopo la lettera della Bce, Berlusconi si sia finalmente svegliato dal lungo sonno del “va tutto bene”. E la stessa cosa però vale per Tremonti. In Italia il debito è al 120 per cento, il deficit da anni a livelli d’allarme, la produttività negativa da tempo: elementi che avrebbero fatto preoccupare da tempo qualsiasi ministro dell’Economia». Di cosa ha bisogno il nostro Paese? «Di una rivoluzione politica, amministrativa ed economica. Apportare modesti ritocchi, come è stato fatto negli ultimi anni, non basta più. Le riforme da fare si sanno da anni: bisogna rivedere le pensioni e ridurre la spesa pubblica (a cominciare dal taglio delle Province o dei Comuni), fare una seria riforma fiscale e mettere mano a questa montagna di burocrazia che vi affligge». Il governo continua a rimandare. «Faccio una previsione molto semplice: in assenza di cambiamenti fondamentali l’Italia potrà rimanere un Paese ricco ancora per qualche anno ma il lentodeclino che abbiamo osservato negli ultmi vent’anni continuerà e, sul lungo periodo, la renderà più povera esponendola sempre più spesso alle crisi economiche e finanziarie. Il rischio è quello di mandare in rovina i frutti del miracolo economico». Ma perché il mercato si è svegliato solo ora se i problemi sono antichi? «È come in Argentina. Ad un certo punto gli investitori non si fidarono più. Gli interessi sul debito schizzarono di 2000 punti base e l’Argentina fallì».