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 2011  ottobre 26 Mercoledì calendario

QUEL MIO ERRORE SULLA SUPERIORITA’ DEGLI SCACCHI - A

insegnarmi la dama fu mia sorella maggiore, quando andavo ancora alle elementari. Già allora, però, ambivo a giocare a scacchi, ma questo avvenne solo qualche anno dopo. Del gioco della dama mi dimenticai completamente, ritenendo (a torto) superiori gli scacchi. In realtà, i due giochi non si possono paragonare, se c’è qualcosa ad accomunarli è la scacchiera (in questo caso, damiera) di sessantaquattro caselle, e anche la regola che, raggiunta l’ottava casa, la pedina viene promossa, come il pedone degli scacchi, ottenendo la facoltà di muoversi nei due sensi. Tanto meno vale la pena di tirare in ballo cifre astronomiche per dimostrare la complessità di uno o dell’altro gioco: le mosse giuste si riducono a una mezza dozzina, e a volte solo a una. Molti si chiedono che cosa distingua gli appassionati di uno e dell’altro gioco. Edgar Allan Poe, nelle pagine introduttive dei Delitti della Rue Morgue tenta a fatica di fare questa distinzione, affermando che «le facoltà superiori dell’intelletto riflessivo vengono messe alla prova più decisamente e con maggiore utilità dal più modesto gioco della dama che dall’elaborata vacuità degli scacchi». In poche parole, Poe sosteneva che essendo il gioco degli scacchi molto più complesso della dama, a causa dei «movimenti diversi e bizzarri», vince il giocatore che fa meno sviste: «Non il giocatore più sottile, ma quello con la maggiore capacità di concentrazione». Poe intendeva dire, a mio parere, che nella dama si può sbagliare solo per un errore di calcolo e non, come negli scacchi, per una distrazione o una svista. Riconoscendo alla dama questa «purezza» intellettiva, sono convinto però che un buon giocatore di scacchi può diventarlo altrettanto nella dama, e viceversa. Ma se l’antica competizione tra due bellissimi giochi verrà difficilmente risolta, altrettanto arduo sarà l’esito di un’altra annosa rivalità: quella tra i due sessi. Erika Rosso, sedicenne valdostana, che si appresta a sfidare per il titolo mondiale la turkmena Amangul Durdyeva, entra nel novero dei grandi campioni, come già per gli scacchi le sorelle Polgar, facendo tremare la fortezza del «predominio maschile». E mi chiedo sempre se l’antica abitudine di assegnare a una donna le pedine nere fosse dovuta veramente al desiderio di mettere in risalto il candore delle loro mani, o non fosse piuttosto una precauzione, nonché un modo galante per mettere fin da subito la propria avversaria in uno stato di inferiorità.
Paolo Maurensig