Maria Serena Natale, Corriere della Sera 26/10/2011, 26 ottobre 2011
RE MICHELE TORNA IN PARLAMENTO
Il discorso del re lo aspettavano tutti. I deputati che hanno applaudito in piedi, il presidente e il primo ministro che temevano un inno alla monarchia nell’aula del Parlamento, un intero Paese. Michele I di Romania ha atteso questo momento 64 anni. Ha preso posto sul seggio di legno intarsiato simile a un trono, lungo e sottile nell’abito grigio troppo largo, le mani giunte, lo sguardo solenne. Ha inforcato gli occhiali e parlato alle Camere, per la prima volta dall’abdicazione del 1947.
Novant’anni compiuti ieri, appassionato di jeep e meccanico provetto, Michele I è l’ultimo leader sopravvissuto alla Seconda guerra mondiale. Ha preso il tè con Mussolini, pranzato con Hitler, conversato con Churchill. Discendente della regina Vittoria e imparentato con Elisabetta II, è stato sovrano due volte. La prima a sei anni, quando papà Carlo II lasciò famiglia e casato per fuggire con l’amata Magda Lupescu. La seconda nel 1940, dopo l’abdicazione imposta dal generale filonazista Ion Antonescu allo stesso Carlo II, che nel 1930 era tornato a riprendersi la corona. Per il Conducator Antonescu, il 19enne Michele è solo un ragazzino da tenere lontano dalle stanze del potere dove si decide il destino della Romania stretta tra tedeschi a nord e russi a est. Finché nel 1944 il giovane re che ha mantenuto i contatti con gli Alleati convoca il maresciallo per chiedergli di rinunciare al potere. «E lasciare il Paese a un bambino?» è la sprezzante risposta. Il bambino pronuncia il messaggio in codice concordato con i militari, Antonescu è arrestato all’istante, la Romania passa dalla parte dei vincitori. Un anno dopo, la conferenza di Yalta sancisce l’ingresso di Bucarest nell’orbita sovietica e nel 1947 i comunisti costringono Michele ad abdicare. È il «tradimento», denunciato ancora ieri dai grandi assenti in Parlamento, il premier Emil Bloc e il presidente Traian Basescu (che imputa all’ex sovrano anche la morte di 380 mila ebrei e 11 mila rom sotto Antonescu). «Se non avessi abdicato i comunisti avrebbero ucciso mille monarchici rinchiusi in carcere, cos’avrei potuto fare?» si è sempre difeso re Michele. Nella vita da esule tra Svizzera e Gran Bretagna ha sposato Anna di Borbone Parma, preso il brevetto di pilota, lavorato in aviazione e finanza («mai stato bravo a gestire il denaro altrui»), promosso l’ingresso della Romania nella Nato (2004) e nell’Unione europea (2007). Dopo la caduta di Ceausescu nel 1989 ha più volte tentato di tornare in patria, riottenendo la cittadinanza nel 1997 e le proprietà di famiglia nel 2004. La maggior parte dei romeni lo ama. Si temeva che l’intervento di ieri riaccendesse la polemica su un possibile ritorno alla monarchia. Michele ha ricordato l’89, il significato della corona simbolo della continuità della nazione e il persistere di piaghe come la corruzione e l’emarginazione dei più deboli. «Dopo aver conquistato libertà e democrazia — ha detto — dobbiamo lottare per l’identità e la dignità».
Maria Serena Natale