Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, il Fatto Quotidiano 25/10/2011, 25 ottobre 2011
CIANCIMINO, UNA FAMIGLIA IN GUERRA ALL’OMBRA DI DON VITO
In principio era il padre: don Vito, il mafioso con la tessera Dc e la fascia tricolore di sindaco di Palermo. Poi, arrivò il figlio: Massimo, l’ex gaudente “golden boy”, prima assurto al ruolo di superstar dell’antimafia per le sue rivelazioni sugli intrighi della trattativa mafia-Stato, e poi rotolato nella polvere degli arresti domiciliari con l’accusa di calunnia e detenzione di esplosivo. Infine, a ruota, ecco balzare agli onori della cronaca – solo giudiziaria – gli altri componenti della famiglia: la matriarca Epifania Scardina, la figlia Luciana, la quarta, commerciante di divani, il figlio primogenito Giovanni e l’altro figlio Roberto, il terzo, entrambi avvocati. Lettere di fuoco e dichiarazioni pubbliche in cui si smentiscono a vicenda rivelando un rovente conflitto, affettivo e generazionale, intimo e culturale, tutto interno alla famiglia. Un groviglio di odio e amore sullo sfondo di un tesoro di 60 milioni di euro pronto a subire la confisca, che forse persino la psicoanalisi stenterebbe a sciogliere .
È l’implosione della dinasty Ciancimino, avvitata tra sensi di colpa, pulsioni di riscatto, e fedeltà agli affetti più viscerali, il declino di una famiglia ricca e potente riverita nei salotti, e i rampolli accolti nelle discoteche come piccoli idoli, forti di un’immensa fortuna economica e di quell’aura di intoccabile sacralità che il denaro (e il sospetto di mafiosità ) a Palermo inesorabilmente si porta appresso. È la caduta degli dei di una stirpe influente e facoltosa, diventata lo zimbello dei media, tra risse, insulti e scontri pubblici che mettono i fratelli contro i fratelli e i figli contro la madre.
Il casus belli è sempre lui, Massimo, oggi rinnegato dalla sorella Luciana e dal fratello Roberto per aver raccontato gli intrallazzi mafiosi del padre nel libro scritto a quattro mani con il giornalista Francesco La Licata (Don Vito), ma soprattutto per aver riempito centinaia di verbali davanti ai magistrati di Palermo che indagano sulla trattativa Stato-mafia.
LA PRIMA a voltare le spalle a Massimo è stata Luciana: “Mio padre – disse – non è l’uomo descritto da Massimo. Era amorale, ma non per la mafia: per i tradimenti sentimentali”. Meno intimista, ma non per questo meno agguerrito appare Roberto che, giovedì 13 ottobre, ha fatto recapitare due lettere al Giornale di Sicilia ricorrendo persino agli insulti per demolire la credibilità del fratello. “Massimo – scrive Roberto – è uno che non si è mai distinto per particolare acume”. Secondo lui sono infondate le sue rivelazioni sul signor Franco, definito “un personaggio fumettistico che, a parer mio, è frutto della mente disturbata di mio fratello, visto che nessuno a parte lui lo ha mai visto”. E ugualmente infondate sarebbero le rivelazioni sugli investimenti milanesi nelle società del gruppo Fininvest: “Mio padre – scrive Roberto Ciancimino – non ha mai conosciuto Berlusconi, non ha mai effettuato investimenti nelle società del gruppo Fininvest né ha associato Dell’Utri a trattative”. Peccato che, in questo modo, Roberto sotterra anche la credibilità della madre che, pur essendo molto sofferente, alcuni mesi fa si è trascinata in un’aula di giustizia per confermare le dichiarazioni di Massimo, sostenendo di esser stata testimone diretta di alcuni incontri milanesi tra don Vito e Berlusconi.
E peccato che proprio sulla trattativa che coinvolge il signor Franco, una parte della ricostruzione di Massimo è stata sostanzialmente confermata da Giovanni, il maggiore dei fratelli Ciancimino, anche lui avvocato sentito come teste nel processo all’ex generale del Ros Mario Mori e al colonnello Mauro Obinu. Giovanni ha parlato di contatti tra il padre e alcuni “personaggi altolocati” (ovvero rappresentanti delle istituzioni) a cavallo tra la strage di Capaci e quella di via D’Amelio nel ‘92. Chi mente e chi dice la verità? Nelle sue lettere inviate al quotidiano di Palermo Roberto Ciancimino nega l’esistenza del famigerato “tesoro” di don Vito, il patrimonio a molti zeri tuttora probabilmente occultato negli irraggiungibili forzieri dei paradisi fiscali. E smentisce il ruolo che Massimo rivendica per sé, ovvero quello di “amministratore” del capitale di famiglia.
“QUALE PADRE – si chiede Roberto – con un figlio notaio e due figli avvocati ne affiderebbe la gestione a un figlio diplomato a stento con il minimo dei voti?”. E qui, proprio sul leggendario “tesoro” dei Ciancimino, potrebbe nascondersi la ragione della infuocata querelle familiare. Le lettere, infatti, sono scritte a pochi giorni dalla sentenza della Cassazione che il 5 ottobre scorso ha condannato per riciclaggio Massimo Ciancimino e gli avvocati Gianni Lapis e Giorgio Ghiron e ha disposto la confisca di beni per 60 milioni di euro, parte di Ciancimino, parte dei due coimputati. Un’eredità che metterebbe a dura prova anche la famiglia più unita. Sostiene Roberto Ciancimino: “La quasi totalità dei beni confiscati non erano intestati ai tre imprenditori condannati”, e ricorda come “un bene può essere considerato illecito solamente dopo un procedimento nel quale devono necessariamente intervenire tutti i soggetti che vantano diritti su di esso”. E dunque tutti i fratelli Ciancimino. Dobbiamo aspettarci una pubblica sortita anche da parte di Sergio, il secondogenito, che fa il notaio ed è l’unico dei cinque che finora non ha aperto bocca? Massimo, dagli arresti domiciliari, ha commentato sarcastico: “Mio fratello Roberto ha avuto tre anni per parlare. Perché lo fa solo adesso?”. E la domanda aleggia sulla soap opera familiare che a Palermo promette ancora molte puntate.