Michele Smargiassi, la Repubblica 26/10/2011, 26 ottobre 2011
Bologna Cambia il vento al Mulino? Seminascosta in un asciutto comunicato stampa, la notizia ha sorpreso molti
Bologna Cambia il vento al Mulino? Seminascosta in un asciutto comunicato stampa, la notizia ha sorpreso molti. Dopo soli tre anni la storica rivista bolognese di politica e cultura cambia direttore: il politologo Piero Ignazi, salito in sella nel febbraio 2009 con un ambizioso programma di rinnovamento della testata che sicuramente prevedeva tempi più lunghi del primo mandato triennale, lascia il posto all´economista Michele Salvati. Un cambio della guardia anticipato che già i più maliziosi interpretano come una virata moderata, dal radicalismo del direttore uscente al riformismo liberal del subentrante. Si è trattato dell´effetto di un inatteso, forse anche inopinato ma evidente ribaltone avvenuto nel segreto dell´urna: lo scorso giugno il voto dell´assemblea dei soci dell´Associazione il Mulino, ovvero l´editore della rivista che proprio in quei giorni compiva sessant´anni, sul rinnovo del Comitato di direzione, ha dato un risultato a sorpresa: il più votato non è stato il direttore in carica, ma per l´appunto Salvati, new entry nella cinquina. Nelle antiche stanze di Strada Maggiore, cuore del Prodi-mile, i protagonisti per primi cercano di evitare polemiche personali. Ignazi: «Salvati è una persona squisita, uno studioso che stimo enormemente, che peraltro mi aveva invitato a restare». Salvati: «Ignazi ha fatto una rivista splendida e rinnovata, alla quale volevo semplicemente collaborare, non avevo alcuna intenzione di prendergli il posto». «Non c´è stato nessun agguato né terremoto politico», insiste anche il vicedirettore Bruno Simili, «sono cose che possono accadere a un editore collettivo che decide con metodi democratici, e qui non c´è nessun signor Mulino, anche se un giorno qualcuno telefonò chiedendo di lui...». Ma Ignazi, che si era ricandidato esibendo i suoi risultati - «il contenimento del calo delle copie comune a tutto il settore, il successo dell´edizione online e del convegno internazionale sulle riviste di cultura, senza che nessuno nel dibattito avesse nulla di rilevante da contestare» - l´ha ritenuto un voto di sfiducia, «un giudizio evidentemente non soddisfacente sui miei tre anni di direzione», ed anche «una sorta di commissariamento» che dopo qualche settimana di meditazione ha deciso rifiutare, facendosi da parte e sottolineando quello che definisce «un colpo di freno» alla sua linea politico-editoriale. «Resterò comunque nella redazione, da buon Mill-servant, fedele servitore del Mulino». Che genere di frenata? Politica, editoriale, accademica? Innanzitutto stilistica. Il Mulino non ha mai smentito il suo dna catto-liberal-socialista, ma ultimi tre anni è diventato sicuramente qualcosa di diverso dalla rivista di approfondimenti autorevole, colta ma lontana dalle mischie della quotidianità politica e sociale che è sempre stata. Rinnovamento delle firme (più di metà non avevano mai scritto prima), editoriali aggressivi, corsivi sarcastici e perfino feroci, come quella rubrica, La farina del diavolo, rigorosamente anonima, che ha tirato il Mulino, per la prima volta nella storia, nelle polemiche da newsmagazine: per esempio quando se la prese con Mauro Moretti, l´ad delle Ferrovie, e lui telefonò seccatissimo a tutti quelli che conosceva minacciando querele. Coinvolgimenti che la parte più tradizionalista e storica dei professori mulinanti pare non aver gradito, così come l´accento sempre più audace sui temi etici: sull´ultimo numero, ad esempio, il filosofo Roberto Escobar, molto vicino a Ignazi, discute di bioetica e testamento biologico con espressioni come «pii aguzzini di Stato» che non dev´essere piaciuta molto neppure nel cenacolo da cui partì il dissenso cattolico al referendum sul divorzio. Ma può essere solo una questione di stili e di toni? Plurale e composito, nel cenacolo bolognese sembrano essersi attenuate le tradizionali linee di faglia, per esempio quella che per un decennio ha diviso prodiani e antiprodiani: nell´assemblea del "ribaltone", peraltro non affollatissima, il drappello liberale dei Galli Della Loggia e dei Panebianco era o assente o poco accanito. Il piatto bollente, più che di schieramento, sembra essere semmai l´atteggiamento da tenere sulla crisi italiana. Ignazi non ha mai nascosto, e rivendica, un´impostazione interventista e aggressiva sulla crisi del "forzaleghismo", come lo battezzò il suo predecessore Edmondo Berselli (che diresse per sei anni la rivista, dopo averci lavorato per altri quindici) interpretato come una tara di fondo della recente storia italiana, che ha intaccato anche le capacità di reazione della società civile. Salvati evita le contrapposizioni, «le differenze di interpretazione politica fra me e Ignazi sono piccolissime varianti di fronte all´enormità della casa che sta andando in fiamme», però non nega un accento diverso: «più che ricordare ogni giorno il disastro del berlusconismo, che è scontato, penso che il nostro compito di studiosi sia farne capire agli italiani le radici e le cause». Un ritorno, insomma, al "piano superiore" delle analisi di sistema e di scenario proprie della tradizione della testata. Quel che stupisce, allora, è forse la tempistica, forse preterintenzionale, frutto di una coalescenza improvvisa di umori e dissensi di diversa natura, ma significativa: proprio nel momento più drammatico del letale immobilismo italiano, mentre anche i moderati, i cattolici, perfino la Chiesa usano un linguaggio sempre più esplicito e giudicante, la rivista che prima e più di altre si è battuta per la modernizzazione del sistema politico sembra essersi di colpo preoccupata per la sua stessa audacia. «Quel che è successo alla direzione del Mulino è un incidente largamente involontario», cerca di non enfatizzare il politologo Carlo Galli, «ma certo, se c´è uno spazio politico futuro per la rivista sta nel ritorno a un´Italia senza contrapposizioni radicali e drammatiche. In questo senso, è stato un incidente casualmente preveggente».