LUCA RICOLFI, La Stampa 25/10/2011, 25 ottobre 2011
Una Repubblica (af)fondata sulle tasse - La Repubblica delle tasse non è un libro sui «tartassati», per riprendere il titolo di un vecchio e famoso film con Totò
Una Repubblica (af)fondata sulle tasse - La Repubblica delle tasse non è un libro sui «tartassati», per riprendere il titolo di un vecchio e famoso film con Totò. Non è una difesa del libero mercato, né un’apologia dell’iniziativa privata. E non è neppure una critica all’invadenza dello Stato centrale nella nostra vita. Su queste materie ho le mie idee, che indubbiamente pendono (leggermente) sul versante liberale. Ma sono perfettamente disposto a riconoscere le buone ragioni di una visione socialdemocratica della vita sociale: per me quello dei Paesi scandinavi è un esperimento sociale riuscito, più o meno desiderabile a seconda dei punti di vista, ma comunque dotato di una sua logica, di una sua coerenza interna. Insomma, un esperimento che ha funzionato abbastanza bene e continua a funzionare meglio di molti altri. I sistemi sociali di mercato ben funzionanti possono essere basati su principi socialdemocratici (Svezia), ma anche su principi corporativi (Germania) o liberali (Regno Unito), e conseguentemente infliggerci dosi alte, medie o basse di tasse. Ognuno di essi ha i suoi limiti e i suoi punti di forza, ed è abbastanza ingenuo, oltreché inutile, proclamare la superiorità di quello verso cui individualmente si inclina. Ecco perché questo non è un libro contro le tasse in generale, o contro i modelli sociali ad alta tassazione. Quello di cui mi occupo non è l’eccesso di tasse, che è un tratto comune a molti sistemi economicosociali del nostro tempo, ma il costo sociale del modello italiano di tassazione. La caratteristica distintiva di tale modello non è l’elevata pressione fiscale complessiva, ma la coesistenza di tale elevata pressione fiscale con un’elevata tassazione sui produttori di ricchezza, ossia imprese e partite Iva. Nell’ultimo periodo di crescita delle economie avanzate (1995-2007), l’Italia è stato l’unico Paese in cui sia la pressione fiscale complessiva sia quella sulle imprese si sono mantenute entrambe sopra il 40%. Ed è innanzitutto per questo che l’Italia è anche stata la maglia nera della crescita: in nessun Paese avanzato salvo il Giappone il Pil pro capite è aumentato a un tasso lento come in Italia (1,3% l’anno). Da questo punto di vista hanno qualche ragione quanti, a sinistra, sottolineano che l’esempio dei Paesi scandinavi mostra che un’alta pressione fiscale non esclude un alto tasso di crescita. In effetti Paesi come la Norvegia, la Svezia e soprattutto la Finlandia sono cresciuti a un tasso sostenuto (più del doppio dell’Italia) pur avendo una pressione fiscale complessiva decisamente superiore alla nostra. Ma quell’alta pressione fiscale - ecco il punto - si è sempre accompagnata a una modesta pressione sulle imprese: nel medesimo periodo in cui crescevano a un tasso vicino al 3%, i Paesi scandinavi avevano un’imposta societaria ferma al 28%, mentre la nostra superava il 42%. È curioso come quasi nessuno, negli anni della seconda Repubblica, abbia notato una circostanza: il rallentamento della crescita dell’Italia, in virtù del quale il Paese nel suo insieme ha cominciato a correre meno degli altri Paesi europei, è coinciso con il sorpasso del Sud nei confronti del Nord: nel passaggio fra prima e seconda Repubblica le regioni del Sud hanno cominciato a crescere più rapidamente di quelle del Nord. Dopo il 1993 sia il Nord sia il Sud hanno rallentato la loro crescita, ma il Nord in modo drammatico (da 2,6 a 0,9), il Sud in modo quasi impercettibile; sicché da allora - contrariamente a quanto pensa la maggior parte degli osservatori l’Italia è sì diventata un Paese a due velocità, ma per la ragione opposta a quella che ci si immagina: l’Italia ristagna non già perché il Nord corre e il Sud sta fermo, ma - al contrario perché il tasso di crescita del Nord è crollato, al punto da risultare superato da quello, a sua volta piuttosto modesto, delle regioni del Mezzogiorno. Se i dati Istat non sono troppo lontani dalla realtà, e davvero da 15 anni il Pil per abitante del Sud cresce più di quello del Nord, allora non possiamo non notare un paradosso. Per anni ci siamo raccontati che la crescita è frenata da fattori come la mancanza di infrastrutture, il costo del denaro, la lentezza della giustizia civile, la criminalità organizzata, l’inefficienza della pubblica amministrazione, la bassa qualità delle istituzioni scolastiche. Per anni abbiamo ripetuto che tutti questi handicap sono tipicamente concentrati nel Mezzogiorno. Ma ora scopriamo che, nonostante tutti questi fattori che indubbiamente ostacolano la crescita, il Sud cresce più del Nord. Com’è possibile? Se è vero che il Nord è più attrezzato del Sud per crescere, come mai da quindici anni cresce di meno? La spiegazione più semplice di questa strana inversione dei ruoli fra Nord e Sud è data, ancora una volta, dalla pressione fiscale. L’aumento delle aliquote nominali ha riguardato tutta Italia, ma - grazie al peso dell’economia sommersa - il Sud è riuscito a limitare l’impatto della maggiore pressione fiscale, mentre il Nord, proprio perché la sua economia è in gran parte emersa, non è riuscito ad autoridursi le tasse mediante l’evasione fiscale. La manovra dell’estate 2011 va nella direzione sbagliata. Si può molto discutere su quanto sarebbe stato possibile ridurre la spesa pubblica e quanto sarebbe stato comunque necessario aumentare la pressione fiscale. Il punto, però, è che qualsiasi manovra che si limiti a contenere il deficit senza sostenere la crescita è destinata a infliggerci più sacrifici di quelli strettamente necessari. Nella manovra il piatto forte è l’ennesimo aumento della pressione fiscale, compresa quella sui produttori. Le misure per la crescita sono minime, e poco più che simboliche. E invece è di qui che bisognerebbe partire. La «Repubblica delle tasse» dovrebbe innanzitutto porsi il problema di curare il male che la segna, e che ormai ne ipoteca il futuro. Un male che, tuttavia, non si cura solo o prevalentemente con le riforme a costo zero (liberalizzazioni e semplificazioni), come purtroppo sembrano credere un po’ tutti: ceto politico, sindacati, Confindustria, mass media. No, purtroppo l’evidenza empirica degli ultimi 20 anni suggerisce che il prosaico nodo delle troppe tasse pesa di più del romantico nodo della modernizzazione delle nostre istituzioni economiche. Le riforme di struttura vanno senz’altro fatte, ma se non si riesce anche ad alleggerire la pressione sui produttori l’Italia non ne verrà fuori. Può darsi che, per il momento, non sia possibile evitare un aumento della pressione fiscale complessiva, e che nel riequilibrio dei nostri conti un ruolo di rilievo debba essere riservato alla «lotta all’evasione fiscale». Ma nessuna manovra potrà mai consentirci di tornare a crescere se, al suo interno, non prevede che una parte significativa delle risorse recuperate vada a sostenere quanti, a dispetto di tutto e di tutti, cercano ancora di stare sul mercato e di produrre ricchezza.