Moises Naim, la Repubblica 26/10/2011, 26 ottobre 2011
Rimanere bloccati nel traffico è più tollerabile se le macchine sulle altre corsie avanzano. Vedere gli altri che si muovono apre la speranza che prima o poi possa arrivare anche il nostro turno
Rimanere bloccati nel traffico è più tollerabile se le macchine sulle altre corsie avanzano. Vedere gli altri che si muovono apre la speranza che prima o poi possa arrivare anche il nostro turno. Al contrario, se tutte le corsie rimangono intasate a lungo la pazienza si esaurisce e gli animi si scaldano. E se succede che arriva la polizia e consente a certe automobili ben precise di uscire dalla corsia e avanzare lungo un percorso aperto appositamente per loro, sarà inevitabile che si scateni la rabbia degli altri. Questa metafora che illustra le conseguenze politiche della mobilità sociale fu proposta originariamente, nel 1973, dal professore Albert Hirschman per spiegare un dato sorprendente: la tolleranza verso la disuguaglianza nei Paesi poveri. L´idea è tanto semplice quanto interessante: nei Paesi poveri la stabilità politica del regime di turno è garantita solo dal barlume di speranza offerto dall´ascesa economica di altre persone. La crescita economica finisce sempre per migliorare la condizione di qualcuno e quando i parenti, amici e vicini di questo qualcuno vedono che se la passa meglio, nasce in loro la speranza che «presto toccherà anche a me». È questa aspettativa che alimenta la pazienza politica che si riscontra in molti Paesi poveri. Questa metafora, proposta da Hirschman per spiegare la tolleranza verso la disuguaglianza nei Paesi poveri, è utile anche per capire che cosa sta succedendo in alcune delle nazioni più ricche del mondo. Salvo che, in questo caso, gli indignati di ogni dove e i manifestanti che si scontrano con i reparti antisommossa della polizia non si mobilitano solo perché vedono che le loro corsie sono terribilmente intasate, ma perché sono costretti a fare marcia indietro e perché ora fanno più caso al fatto che altri invece avanzano grazie a quelli che loro percepiscono come trucchi, imbrogli e privilegi. Oltre un secolo fa, Alexis de Tocqueville scrisse che gli statunitensi mostravano una maggiore tolleranza degli europei nei confronti della disuguaglianza economica. Secondo lui, la ragione stava nel fatto che in America la mobilità sociale era più alta che in Europa. Non è più così. Di questi tempi, la lunga convivenza pacifica tra gli americani e la disuguaglianza economica non fa più parte del panorama politico. Gli statunitensi non tollerano più che i dirigenti delle principali imprese del loro Paese guadagnino 343 volte di più del lavoratore medio e che l´1 per cento più ricco della popolazione concentri nelle sue mani più ricchezza di tutti gli altri. Le cifre sono allarmanti e negli ultimi anni le disparità di reddito negli Stati Uniti si sono acuite, ma tutto questo non rappresenta una novità. La novità è che nessuno accetta più il fatto che la ricchezza sia concentrata in poche mani e che i ricchi non siano stati colpiti dalla crisi; anzi, certi ricchi hanno beneficiato dei salvataggi delle aziende e di altre misure di stimolo all´economia; e chiaramente non vengono colpiti dalle misure di austerity che i Governi dei Paesi più indebitati stanno adottando. E non c´è niente che faccia scendere in strada la gente a protestare come i tagli alla spesa pubblica. A questo riguardo vale la pena di ricordare i risultati dello studio di Jacopo Ponticelli e Hans-Joachim Voth, professori all´Università Pompeu Fabra di Barcellona. Utilizzando un´ampia quantità di dati, che hanno consentito di quantificare gli eventi di violenza politica verificatisi in 26 Paesi europei tra il 1919 e il 2009, i due professori hanno riscontrato che «i tagli alla spesa pubblica hanno incrementato in modo significativo la frequenza di disordini, manifestazioni contro il Governo, scioperi generali, omicidi politici e tentativi di rovesciare l´ordine costituito. Sono eventi scarsamente probabili in anni normali, ma che diventano molto più comuni quando vengono applicate misure di austerità». In questi giorni basta accendere il televisore per constatare la validità di questa conclusione. Nel caso degli Stati Uniti, la nuova realtà politica è più che mai evidente quando si sente Mitt Romney, il candidato con le migliori chances di essere scelto dal Partito repubblicano come avversario di Barack Obama alle presidenziali del prossimo anno, dire: « […] vedo quello che sta succedendo a Wall Street e capisco bene come si può sentire questa gente. […] La gente in questo Paese è molto infastidita». È vero. La gente è infastidita. Anzi, molti sono arrabbiati. E continueranno a esserlo fintanto che le loro corsie rimarranno bloccate. O, come direbbe Hirschman, quando vedranno che le corsie dei loro parenti, amici e vicini cominciano a muoversi. (Traduzione di Fabio Galimberti)