Massimo Spampani, Corriere della Sera 25/10/2011, 25 ottobre 2011
L’INVASIONE (ANIMALE) DELLE ALPI
Orsi, lupi, linci sulle Alpi. Sempre più spesso le cronache in Italia si occupano di loro. Per i numerosi nuovi avvistamenti, ma anche per le polemiche che i tre grandi carnivori autoctoni scatenano, sia per le loro incursioni tra gli animali domestici, che per gli abbattimenti decisi talvolta dalle autorità per evitare ulteriori danni. E per giunta al trio dei carnivori si è aggiunto lo sciacallo, storicamente mai presente, ma che ha risalito i Balcani provenendo da sud-est dall’Eurasia, e che dopo i primi avvistamenti negli anni 70, ora è stabilmente presente nelle regioni del Nord Est. A fare il punto della situazione è Paolo Molinari, ricercatore faunistico, coordinatore del progetto «Lince Italia», con sede all’Università di Padova e consulente per le Nazioni Unite.
«Il lupo è in grande espansione — dice — ha ricolonizzato, dopo tutto l’Appennino, buona parte delle Alpi centro-occidentali. E proprio dall’Appennino è arrivato in Liguria, Piemonte, Valle d’Aosta e sta entrando in Lombardia. Singoli individui si sono spinti in Alto Adige proseguendo in Austria, in Tirolo e Carinzia. Altri sono in arrivo dalla Slovenia verso il Friuli e ci sarà un ricongiungimento dei due ceppi. La stima è di circa 200 lupi sull’intero arco alpino (comprese Francia e Svizzera), di cui 70/80 sul versante italiano. D’inverno scendono anche a fondovalle.
«Per l’uomo il lupo non costituisce un pericolo — precisa Molinari — non è così invece per gli animali allevati: il 90% dei danni è a carico del patrimonio ovi-caprino». Sono lecite le paure degli allevatori. La maggior parte della gente tifa per il ritorno dei grandi carnivori, ma poi chi ci convive è una piccola parte della popolazione di montagna. «E’ corretto tenerne conto — aggiunge —, anche perché è il modo migliore affinché il ritorno di questi animali sia vero e accettato. A poco servono i consensi nelle grandi città, quando poi i carnivori in montagna vengono presi con i lacci, sparati o avvelenati. Ci sono indennità ma, come fanno in Piemonte, bisogna sostenere finanziariamente la prevenzione dei danni nei pascoli ben gestiti».
Trent’anni fa il lupo era confinato nell’Appennino, ma ha seguito la grande esplosione del cinghiale divenuto sua preda naturale eletta. «A distanza di 2-5 anni — spiega Molinari — dove è arrivato il cinghiale arriva pure il lupo».
E per l’orso cosa sta accadendo? «Sta vivendo una situazione molto favorevole in Slovenia, dove si contano circa 600 esemplari, e si sta espandendo verso le Alpi italiane e austriache. La reintroduzione di orsi, avvenuta qualche anno fa in Trentino, per evitare che si estinguesse la minuscola famiglia di orsi rimasta, è stata un passo coraggioso, ma non è il caso di insistere, attendiamo per vedere l’evoluzione della situazione». Oggi ci sono circa 30 orsi in Trentino e una decina in Friuli, con presenze erratiche in Alto Adige e in provincia di Belluno.
Per la lince le cose non vanno così bene: «Si nutre esclusivamente di carne (a differenza di orso e lupo) — dice il ricercatore — circa 50 capi all’anno (soprattutto caprioli) per cui è più soggetta al bracconaggio per la concorrenza che fa ai cacciatori e agli allevatori. L’unica area italiana con la presenza costante di lince è il Friuli (qualche unità)».
E la new entry, lo sciacallo? «Negli ultimi 4-5 anni la specie sta vivendo un momento felice — continua Molinari— forse legato ai cambiamenti climatici. E comincia a essere presente in maniera abbastanza massiccia, diciamo qualche dozzina: in Friuli-Venezia Giulia ci sono nuclei familiari riproduttivi. Ma c’è anche in Veneto e Trentino». «A Cortina lo sciacallo viene avvistato regolarmente — conferma Michele Da Pozzo, direttore del Parco d’Ampezzo — e con le trappole fotografiche che andremo a porre in punti strategici riusciremo a saperne molto di più».
Massimo Spampani