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 2011  ottobre 25 Martedì calendario

TUTTO MARIO IN TRE APROLE IL VOCABOLARIO DVELATO DI UN BIMBO AL COMANDO - C´è

un bambino solo al comando del campionato inglese, la sua maglia è azzurra, la sua pelle è nera, il suo nome è italiano: Mario Balotelli. E come un bambino gioca, segna, gioisce e si lamenta: "Perché sempre io?". Non frequentatelo nelle prossime 48 ore: secondo la legge del pendolo che lo regola, di solito dopo aver fatto una cosa buona sul campo ne fa una pessima nella vita. Per la scena madre di domenica scorsa bisogna emigrare, come ha fatto lui, andare a Manchester e vederlo finalmente infilare gol decisivi, poi spogliarsi e rivelare quella scritta: "Why always me?".
Vederla spinge a una doppia riflessione: sull´indumento e sull´individuo. La maglietta della salute è ormai diventata una lavagna. Nel giro di otto giorni ci hanno scritto sopra Osvaldo e Balotelli. Almeno per quel che ne sappiamo, giacché solo chi va in gol svela lo slogan nascosto. Ci vorrebbe un antidoping delle magliette. A fine partita bisognerebbe obbligare tutti a togliersi la "prima pelle" e mostrare quel che avevano tenuto in serbo. Sarebbe una strepitosa antologia del non detto, una sfilata di propositi falliti: "osvaldi" al quadrato che hanno dovuto tenere riposta l´arroganza dei proclami, zittiti dalla sconfitta.
Balotelli, invece, non minaccia e non irride. Parla di sé, l´unico argomento che un bambino conosce e per il quale prova interesse. Chi l´ha incontrato sa com´è fatto: un grosso contenitore da cui straripa una sconfinata fanciullezza. Incapace di concentrarsi per più di un minuto, svogliato, la testa altrove, si ritrova soltanto quando si perde: quando rivive l´abbandono e la paura della solitudine, quando racconta di un´estate in cui fu mandato al campeggio e dopo due giorni chiese che lo venissero a riprendere. A modo suo: spaccando tutto. Balotelli non chiede attenzione, la pretende. Quella maglietta esponeva la scritta sbagliata, un lapsus freudiano, ingiungeva l´opposto di quel che diceva: guardate sempre me, non cambiate canale, neppure per un secondo. Lui vuole tutto e vuole tutti. Non rifiuta mai né una carezza né un invito, che provengano da un´amica del Trota o da una miss emiliana, da un gentiluomo di Scampia o da Adriano Galliani. Nessuno lo ama mai abbastanza. È ancora lontano dalla maturità che ti fa richiedere, invece, di non essere mai amato troppo. Le auto parcheggiate come neanche Lapo Elkann, le migliaia di sterline sparse sul sedile del passeggero per riempirne il vuoto, i petardi accesi nel tinello: tutto è costante richiamo d´attenzione. Alla fine, da ultimo ma non ultimo, anche il suo modo di giocare, che è diventato solo un atto della commedia, ma a intervalli riaffiora con prepotenza.
Che in quel bambino si celasse un campione fu chiaro fin da quei gol alla Juventus in Coppa Italia. Che sarebbe stata un´impresa estrarlo lo si è capito dopo molte maglie calpestate, rapporti rovinati, parole rimangiate. Gli sono rimasti accanto, con affetto e ostinazione: la famiglia (quella vera, l´italiana), Roberto Mancini e Cesare Prandelli. Ognuno ha cercato, alla propria maniera, di usare con lui bastone e carota: ma Balotelli addenta il legno e impugna l´ortaggio. È un motore a reazione. Contraria. Appena lo elevano si butta via. Se lo mettono perso, si ritrova.
E così eccoci qui a celebrare l´ennesima rinascita di un´eterna giovane promessa, a illuderci che porterà via il posto a Dzeko (e pazienza) poi anche a Rossi e Pazzini, diventando il cannoniere di Euro 2012. Cosa che occorre sognare con il silenziatore, perché se lui se ne accorge brucia un tricolore, travolge una vecchietta, inventa cose che noi umani non sapremmo neppure immaginare pur di sfuggire a un destino segnato. Non avere talento è una condizione a cui ci si può rassegnare. Averne in misura notevole, ma non eccezionale, è una maledizione: non ti piaci mai abbastanza e scegli lo spreco come forma di occultamento del limite. Anche qui, occorre maturità per accettarsi e patteggiare, venirne fuori ridimensionati, ma sereni. Balotelli è lontano da questo stato, sulla sua strada ci sono ancora incidenti e miracoli, colpi di testa e di tacco. Poiché lui già si autoassegna palloni d´oro e coppe ad personam, l´unico modo per aiutarlo è ricordargli, anche perché è la verità, che non ha ancora vinto niente, battuto nessuno, neppure se stesso.