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 2011  ottobre 26 Mercoledì calendario

Perché Umberto Bossi e la Lega si agitano tanto? Perché due terzi delle quasi 4 milioni di pensioni di anzianità che oggi l’Inps paga finiscono al Nord

Perché Umberto Bossi e la Lega si agitano tanto? Perché due terzi delle quasi 4 milioni di pensioni di anzianità che oggi l’Inps paga finiscono al Nord. La Lombardia da sola ne conta poco meno di un milione, anche se è il Piemonte la Regione dove i pensionati-baby sono più concentrati: ce ne sono oltre 100 per ogni 1000 abitanti. In altre parole, un piemontese su dieci ogni mese incassa l’assegno di pensione anticipata, istituita nel lontano 1965. La media italiana è di 63,2 pensionati anticipati. In fondo alla classifica c’è la Campania, dove ce ne sono solo 23,4 ogni mille abitanti. C’è una ragione, e forte, che spiega la prevalenza del Nord in questa «classifica». Al Nord, da sempre, è concentrata l’industria italiana. E anche se non mancano, e sono molti, i pensionati-baby che vengono dal mondo del lavoro autonomo - la prestazione pensionistica di anzianità è faccenda che riguarda in primo luogo il mondo del lavoro operaio. Una volta, diciamo almeno fino a tutti gli anni ‘70 e parte degli anni ‘80, la condizione normale per un giovane proletario era questa: finita la scuola dell’obbligo, si andava a lavorare in fabbrica. Cominciando a lavorare a 15 anni di età - e sappiamo quanto duro fosse il lavoro nell’industria, e quanto lo sia ancora oggi nonostante tutto - ecco che a soli 50 anni di età, dopo sette lustri alla catena di montaggio si riusciva a raggiungere i famosi 35 anni che davano diritto al pensionamento. Sempre nel decennio ‘70-80 su questa realtà si è innestata la grande ristrutturazione industriale, con l’espulsione di centinaia di migliaia di lavoratori e la chiusura di molte fabbriche. Anche in questo caso - furono i governi di allora a volerlo deliberatamente, con l’esplicito gradimento degli imprenditori e delle loro associazioni, e certo con il favore dei sindacati e dei dipendenti interessati - a utilizzare come ammortizzatore sociale i prepensionamenti. Poi sono arrivati gli anni ‘90, e l’infinita teoria di correzioni e riforme del sistema previdenziale. Giuliano Amato nel 1992 ha bloccato i prepensionamenti (per sempre, anche se sono risorti più tardi sotto forma di «mobilità di accompagnamento alla pensione») e ha cancellato le pensioni-baby «vere», quelle che anche nel pubblico impiego consentivano di smettere di lavorare a 40 anni di età dopo soli 19 anni e mezzo di attività. I 35 anni hanno retto al primo governo Berlusconi, fatto cadere proprio dalla Lega sulle penalizzazioni per le pensioni-baby. La riforma di Lamberto Dini del 1995 ha salvato il principio dei 35 anni, introducendo però un minimo di età di 57 anni. Oggi la pensione di anzianità si prende se si raggiunge una «quota», ovvero la somma tra un‘età anagrafica minima (60 anni o 61) e un’anzianità contributiva minima (rispettivamente, 36 o 35 anni). Oppure se si ha lavorato per 40 anni. Poi per incassare l’assegno bisogna aspettare 12 mesi, o 18 se lavoratori autonomi. Attualmente sono circa 170 mila gli italiani che maturano ogni anno i requisiti per la pensione anticipata. Circa due terzi di questi hanno raggiunto quota 40 anni di lavoro. Ovviamente, sono sempre di meno (ma ci sono, eccome se ci sono) gli operai o comunque le persone che hanno iniziato a lavorare a 15 anni; spesso e volentieri molti dei pensionati «giovani» arrivano all’anzianità contributiva «obiettivo» grazie al computo ai fini previdenziali della carriera universitaria o del periodo di leva militare (oggi abolita, c’è l’esercito di professione). Un tempo questa aggiunta era gratuita e convenientissima, adesso si paga salatamente. Nonostante le molte leggende, le pensioni di anzianità non sono particolarmente ricche e generose, dal punto di vista quantitativo. Ancora oggi calcolate in proporzione agli ultimi dieci anni di stipendio incassato dal lavoratore, in media gli assegni di anzianità oscillano tra i 10.000 e 12.000 euro l’anno. In altre parole, si va dai 770 ai 920 euro al mese su tredici mensilità. Ovviamente si tratta di una media: come noto, in pensione anticipata non ci vanno solo gli operai. Nel 2005, a 57 anni di età, il presidente della Bce Mario Draghi andò in pensione anticipata Inpdap, con un assegno di 8.614 euro al mese. Era suo diritto: rispettò la legge. Ma anche tutti gli altri pensionati-baby meno celebri e potenti (e spesso, più affaticati) hanno rispettato la legge.