Paolo Di Stefano, Corriere della Sera 26/10/2011, 26 ottobre 2011
L’ ironia di Gene Gnocchi la conoscono tutti. O meglio: tutti credono di conoscerla. Basta leggere il Rompipallone della «Gazzetta» o accendere la tv la domenica sera
L’ ironia di Gene Gnocchi la conoscono tutti. O meglio: tutti credono di conoscerla. Basta leggere il Rompipallone della «Gazzetta» o accendere la tv la domenica sera. Ma ci sono tanti Gene Gnocchi. Anche nel nuovo romanzo, L’invenzione del balcone, si incrociano diversi modi di far ridere, perché Gnocchi è uno scrittore che ama mescolare le carte e giocare su una tastiera molto ampia: parodia, sfottò ad personam, umorismo lirico, satira sociale, comicità grottesca, commedia degli equivoci, nonsense, humour nero esistenziale quasi beckettiano. Il libro ha la struttura del romanzo a cornice: si direbbe piuttosto romanzo di pretesti o pretesti in forma di romanzo. Più precisamente, si tratta di racconti diaristici, tenuti insieme da un unico io narrante, lo strampalato-stralunato Camillo Valbusa, venditore ambulante di siero antivipera, sciocco, ingenuo, furbo, colto, a seconda dei casi in cui si trova. Una voce demenziale nella tradizione del comico padano (da Ruzante a Malerba, Celati, Benni). Ma il vero protagonista è l’autore, dato per morto in una nota editoriale che divide in due il libro, dove si innesca un delirio sulle responsabilità penali derivate dai mancati impegni editoriali assunti prima della dipartita. Al diario, segue un’appendice di materiali che servono a completare il libro (necessariamente incompiuto): interviste postume e lettere inedite. Ed è da qui che si potrebbe cominciare: dalla presa in giro del mondo culturale italiano, dove ce n’è per tutti. Si ironizza sul narcisismo dei giornalisti che dimenticano l’intervistato esibendo solo se stessi (qui gli obiettivi sono Gabriele Romagnoli e Vittorio Zincone), con capovolgimenti non sempre lontani dalla realtà, per cui non è più il giornalista a porre domande allo scrittore, ma viceversa. Anche lì ce n’è per tutti. Scrittore preferito? Risposta: «Lucarelli quando non scrive». Quando è arrabbiato? «Prendo un libro di Margaret Mazzantini e lo picchio». La parola più comica del mondo? «Cicchitto». Un’opera d’arte contemporanea? «Il meteorite che colpisce Cattelan mentre fa l’installazione del meteorite che colpisce il Papa». Incubo ricorrente? «Maria De Filippi e Costanzo che fanno l’amore», e così via. Tra gli inediti epistolari, è esilarante la parodia del Gruppo 63 nel (finto) carteggio tra Gnocchi e Nanni Balestrini, in cui a un certo punto irrompe, non richiesto, Alberto Arbasino. E a cascata Faletti, Lucarelli, Ammaniti, Volo, Parietti, sempre Costanzo (nel Gruppo 63 fin dal ’62) che rivendicano la loro appartenenza alla neoavanguardia minacciando querele a chi sostenesse il contrario. Un delirio, appunto. Come le polemiche lettere filosofico-confidenziali, datate 1920 e dirette a Benedetto Croce, che Gnocchi tratta come un compagno di scherzi goliardici, gavettoni, fionde, petardi, squilli di campanelli nella notte ai danni di Giolitti, d’Annunzio, Vittorio Emanuele III, Mussolini. Poi ci sono, tra l’altro, le dottissime lettere a Calvino, in cui si accusa Palomar di essere poco credibile scientificamente nel descrivere le onde, oltre a rivelarsi uno scavezzacollo, amico di bagordi di Marcovaldo, Braccobaldo e il Signor Bonaventura. Ma la parte più interessante del libro è indubbiamente la prima e più cospicua, il diario del venditore Valbusa, padre di un figlio (chiamato Michael come l’odiato Schumacher perché è più facile picchiare il figlio pensando di picchiare Schumacher) che confessa di bastonare abitualmente i compagni, di tirar giù le mutande alla prof, di minacciare con il righello il preside, ma di non usare YouTube. Coooosa!? «Non vai su YouTube?», urla il Valbusa. Ne viene fuori uno psicodramma: la madre di Michael non riesce a crederci («Nostro figlio non va su YouTube?»), scoppia in lacrime chiedendosi: «Dove abbiamo sbagliato...», chiede consolazione al parroco, che condivide la tragedia. Nei microracconti che scandiscono il diario, Gnocchi si diverte a rovesciare continuamente le attese del lettore, riuscendo sempre a coglierlo di sorpresa per i cortocircuiti e le connessioni apparentemente incongruenti e non solo per il carico di battute a freddo con cui mitraglia il tessuto narrativo: i cui obiettivi restano i miti della cultura contemporanea, dai pulp agli scrittori e intellettuali più noti. Erri De Luca, che scrive nella stanza di un albergo di Mantova quel che ha pensato per un po’ sul balcone; Saviano i cui diritti d’autore vengono pretesi dalla camorra; Ciprì e Maresco che girano il remake di Ben Hur; Lucio Dalla, nella cui bara viene trovato, nell’atto di riesumarne la salma, anche il corpo di De Gregori; Michael Jackson ossessionato dalla fama di Albano fino a spaccargli la testa con una magnum di passito, eccetera. Il paradosso, la gag, l’intenzione dissacratoria (a un certo punto compare anche un’associazione Dentistes sans Frontières) sono inseriti dentro situazioni continuamente mutevoli, che slittano sempre vertiginosamente una nell’altra, creando salti da ottovolante e concatenazioni impreviste, e restituendo il senso del nonsenso del mondo: un mondo allo sfascio, un bestiario psicotico di disperazione e solitudini narrato dai margini, da luoghi e pensieri al limite. Come il narcisismo becero di un certo Raimondo Giusti che si destreggia tra diciassette fidanzate che non vuole lasciare temendone (a torto) il suicidio. Il rompicapo di Fabio Dondero che filosofeggia sull’autolavaggio («Stare dentro o fuori dalla macchina?» è il tema di un convegno di MicroMega). La beffa di una tombola di Capodanno in cui fa irruzione la finanza reclamando quindici milioni di euro per ogni fagiolo rinvenuto (per di più, è la prima volta che la vedova Capitello non gioca a tombola da sola): il che costringe i malcapitati a stare in galera aspettando che «il centrosinistra vinca le elezioni e cambi questa norma iniqua sul gioco domestico». Si potrebbe continuare all’infinito, ridendo fino alle lacrime. È questo il punto. Ciò che conta davvero è che il tutto si sedimenta in un paesaggio umano alla deriva che solo un uso filosofico dell’ironia sa restituire nelle sue tinte più surreali. Ai tanti che si chiedono come sia possibile narrare l’assurdo della realtà truce e irreale di questi tempi, Gnocchi dà, con questo suo libro, una risposta molto convincente. Molto più convincente dell’iperrealismo finto dei nuovi thriller all’italiana.