Danilo Taino, Corriere della Sera 26/10/2011, 26 ottobre 2011
Non sarà proprio un concorso di bellezza ma certamente sarà una gara di autopromozione per il ruolo di potenza del futuro
Non sarà proprio un concorso di bellezza ma certamente sarà una gara di autopromozione per il ruolo di potenza del futuro. Le Nazioni Unite hanno stabilito che tra meno di una settimana, il 31 ottobre, nascerà l’abitante numero sette miliardi del pianeta. Il countdown è iniziato lunedì scorso e le celebrazioni ufficiali si terranno lunedì prossimo. A differenza di 12 anni fa, quando l’Onu individuò il sei miliardesimo umano in un bambino nato a Sarajevo, questa volta al Palazzo di Vetro hanno però deciso di non scegliere un luogo preciso per la storica nascita: siamo tutti fratelli. Ciò nonostante, si annuncia una certa competizione per mettere il cappello sull’evento. L’India ha sogni e numeri da grande potenza, ha una rivalità ansiogena con la Cina e, dalle indiscrezioni, sembra intenzionata a rivendicare per un indiano la corona in gioco. Per il calcolo delle probabilità, ha anche ragione: se si guarda alla media delle nascite tra il 2005 e il 2010, un bambino su cinque dei nati al mondo è stato dato alla luce in India. In più, tra ora e la prossima pietra miliare delle statistiche demografiche — l’abitante numero otto miliardi previsto tra 14 anni — il Paese supererà la Cina per diventare il più popoloso del mondo. Ciò nonostante, l’onore lo potrebbe rivendicare con ottimi argomenti Pechino, oppure la Nigeria in grande crescita come buona parte dell’Africa, o un Paese centro-americano. E probabilmente più di una capitale il 31 ottobre rivendicherà in qualche modo il privilegio. D’altra parte, il 12 ottobre del 1999 il segretario generale dell’Onu Kofi Annan decise di premiare la martoriata Sarajevo e scelse Adnan Mevic: ma anche allora fu ovviamente un gesto simbolico e politico. Sette miliardi di persone sul pianeta, e in crescita, pongono in modo drammatico questioni antiche, dibattute almeno dal 1798, quando Malthus pubblicò il suo Saggio sul principio della popolazione. Oggi, però, sottolinea in modo inequivocabile anche i cambiamenti in corso. In un mondo in cui il 55 per cento delle nascite avviene in Asia, più del 25 per cento in Africa e l’otto per cento in America Latina, è inevitabile che i rapporti tra le diverse aree cambino anche dal punto di vista economico e da quello politico. Ancora di più negli anni a venire. Fino a pochi mesi fa, le Nazioni Unite prevedevano che la popolazione mondiale (il cui ritmo di crescita sta rallentando) si sarebbe stabilizzata attorno ai nove miliardi verso il 2050: ora prevede invece che arrivi a dieci miliardi a fine secolo e non sa quando smetterà di crescere. I tassi di nascita di alcuni Paesi in via di sviluppo, che ci si aspettava avrebbero rallentato con il miglioramento delle condizioni di vita e la diffusione del controllo della nascite, sono rimasti inaspettatamente alti, soprattutto in Africa. E anche alcuni Paesi ricchi, Stati Uniti in testa, hanno ripreso a crescere significativamente. I pesi demografici — ed economico-politici — sono dunque destinati a cambiare non poco anche nei prossimi decenni, con l’Europa in netto declino (anche se alcuni Paesi come la Francia hanno una curva demografica positiva). Al di là delle variazioni geografiche, anche la domanda storica è destinata a rimanere: quanta popolazione è in grado di sopportare la terra? Negli anni Ottanta, divenne famosa la sfida tra un biologo, Paul Ehrlich, e un economista, Julian Simon. Scelsero cinque metalli e fecero una scommessa sui prezzi reali che avrebbero raggiunto dieci anni dopo: il primo era certo che sarebbero volati a causa della crescita della popolazione e della scarsità che questa avrebbe provocato, il secondo sosteneva che sarebbero diminuiti. Vinse l’economista Simon e i neo malthusiani incassarono la sconfitta. Se la scommessa avesse avuto un limite temporale di trent’anni e fosse terminata l’anno scorso avrebbe però vinto il biologo e i sostenitori della teoria della scarsità avrebbero festeggiato. Questo per dire che la disputa iniziata con Malthus più di due secoli fa non è ancora risolta ed è destinata a continuare. Bill Gates, che ormai si occupa sempre più di temi dello sviluppo, calcola che, solo per mantenere costante la produzione pro capite di cibo, nei prossimi decenni sarà necessaria una seconda rivoluzione verde (la prima si realizzò tra gli anni Quaranta e Settanta e portò a un aumento straordinario delle rese agricole e alla fine delle carestie in Paesi come l’India). Non sarà facile: i cambiamenti climatici stanno riducendo le produzioni, anziché accrescerle. Inoltre, l’aumento della popolazione non comporta solo problemi di cibo ma preme negativamente sugli ecosistemi della Terra. Come che sia, l’Onu dice che lunedì sarà una festa. E almeno l’India celebrerà la sua giovanissima curva demografica, la più sexy del pianeta. Danilo Taino MASTROLILLI SULLA STAMPA Non abbiamo ancora fatto in tempo a salutare il bambino che ci porterà sopra la soglia dei sette miliardi di abitanti sulla Terra, e già dobbiamo prepararci per dare il benvenuto all’essere umano numero quindici miliardi. Da tempo i demografi prevedono che entro la fine di questo mese l’umanità supererà il primo traguardo, e quindi già guardano a che cosa accadrà entro la fine del secolo in corso. Per celebrare i sette miliardi di persone, lo United Nations Population Fund (Unfpa) pubblica oggi un rapporto in cui sostiene che quello che abbiamo visto finora è nulla. Il testo, intitolato «The State of the World Population 2011», prevede che alla fine dell’anno 2100 sul nostro pianeta ci saranno quindici miliardi di esseri umani: la popolazione mondiale, dunque, raddoppierà in meno di un secolo. Un’accelerazione preoccupante, che è destinata a riaccendere le polemiche sulla cosiddetta «Population Bomb», ossia la bomba demografica. La Terra, in altre parole, sarà in grado di sfamare e sostenere ad un livello di vita decente tutte queste persone? E se la risposta a questa domanda fosse negativa, qual è la strategia migliore per affrontare quest’emergenza? La questione è antica e assai dibattuta. La popolazione mondiale cresce nei Paesi in via di sviluppo, perché le nascite aumentano e la mortalità infantile diminuisce, grazie ai progressi della medicina. Nei Paesi ricchi invece la popolazione cala, ma non abbastanza per compensare la crescita nel resto del mondo. Davanti a questo problema si confrontano due gruppi. Da una parte ci sono i «neomalthusiani», convinti che il pianeta non può sopportare così tante persone. Propongono di frenare la crescita attraverso l’istruzione delle famiglie, il miglioramento delle condizioni di vita nei Paesi poveri e la pianificazione famigliare. Ma questo è il principale punto di scontro con l’altro gruppo, che potremmo definire dei «pro life». Ne fanno parte la Chiesa cattolica e altre istituzioni religiose o laiche, contrarie all’aborto e in generale all’intromissione dell’uomo nelle questioni della vita. I loro esperti sostengono che in realtà l’intera popolazione mondiale potrebbe vivere già oggi agevolmente nel solo stato americano del Texas. Oltre alla questione demografica c’è quella geopolitica. Per anni l’aumento della popolazione in Paesi emergenti come India e Cina ha fatto supporre che il pendolo del potere globale si stesse spostando, portandoci verso la fine del dominio occidentale e soprattutto degli Usa. Ora ci sono studi di istituti come Bank of America e Boston Consulting Group che sostengono il contrario: l’individuazione di nuove fonti di energia, insieme alla fine del gap produttivo tra Cina e Stati Uniti, starebbero aprendo la strada a un nuovo «secolo americano», nonostante l’impetuosa crescita della popolazione in Asia. Qualunque sia la risposta corretta a queste domande sul piano scientifico, l’importante sarà salutare il bambino (o la bambina) numero sette miliardi senza pregiudizi ideologici, trattandolo come un’opportunità invece che una minaccia. RIOTTA SULLA STAMPA Nelle locandine degli spettacoli, temendo gelosie, si elencano le star «in ordine di apparizione». Per calcolare il vostro ordine di apparizione sul pianeta Terra, nel cast di 7 miliardi di esseri umani che le Nazioni Unite prevedono in arrivo per il 31 ottobre 2011, cliccate sul sito http://bit.ly/ nbwTkb, inserite la data di nascita e saprete il vostro posto nello show umano. Un nato l’1 gennaio 1920 ha il numero 1.859.068.335, una nata l’1 gennaio 1960 il 3.036.562.402 e due gemellini venuti alla luce nel Capodanno 2000 rispettivamente il 6.087.198.811 e 812. Per secoli l’homo sapiens è cresciuto pochissimo, la curva della popolazione da Gesù alla fine del mondo narrata dal monaco Rodolfo il Glabro nell’anno 1000, è stabile. Per arrivare a un miliardo, nel 1800, abbiamo impiegato 250 mila anni. La vera crescita comincia con la rivoluzione industriale, nel 1913 l’Europa aveva più abitanti della Cina e, con gli Stati Uniti, ospitava un umano su tre. Il cittadino “6 miliardi” si chiama Adnan Nevic, ha 12 anni, nato il 12 ottobre 1999 a Sarajevo, nella Bosnia insanguinata: e vedremo che scelta simbolica sarà fatta stavolta dall’Onu. Per rispettare la realtà, Sorella 7 miliardi (nascono più donne che uomini) dovrebbe atterrare con la cicogna in una grande città dell’Africa, Lagos, il Cairo: là il mondo continua a crescere. Vi annunceranno nei prossimi giorni l’Apocalisse sovraffollamento. Non fate attenzione, la crescita rallenta e il problema non è «Siamo troppi», né la subdola affermazione che questa fobia nasconde, cioè «Sono troppi questi poveri!». Il pianeta ha risorse e spazio, i guai non vengono dalla popolazione ma dalla sua distribuzione ed età. Fosco, il filosofo Malthus calcolava che dalla fine del 700 non avremmo avuto più di che sfamarci. Ha sbagliato per pessimismo, come il Club di Roma di Aurelio Peccei nel 1972 e l’economista Paul Ehrlich con il libro-allarme «The Population Bomb», 1980. Aumento della produttività nei campi, nuove tecniche sanitarie e sociali ci hanno permesso, secondo l’auspicio biblico, di «crescere e moltiplicarci» e ora nel mondo si fanno meno figli, forse troppo pochi. Nel 2050 Europa, Usa e Canada non avranno che 12 abitanti su cento, la metà del 1800. Ma chi pensa alla Cina come alla Grande Fabbrica Esseri Umani, sbaglia. La tragica politica «un figlio per famiglia» fa sì che la popolazione cinese declini senza rimedi. Nel 2025 ci saranno 96,5 milioni di cinesi maschi tra 20 e 30 anni, con solo 80,3 milioni di donne della stessa età: troppe famiglie hanno abortito bambine sognando l’erede maschio. Nel 2050 l’America, cui gli ispanici garantiscono buona natalità, avrà più lavoratori della Cina: la corsa di Pechino è «Arricchiamoci prima di invecchiare». Dati, purtroppo, su cui pochi meditano. La fertilità del mondo scende. Saremo 8 miliardi nel 2025 e ci saranno voluti 14 anni per arrivarci. È la prima volta nella storia che l’intervallo tra un miliardo e l’altro di umani aumenta, non diminuisce. Nel 1970 la fertilità media delle donne era 4,45 bambini a testa, oggi è dimezzata a 2,45. Nel 2050 - ha calcolato il demografo Jack Goldstone per la Fondazione Nardini - saremo 9 miliardi e 150 milioni, cifra che non crescerà. Fanno meno figli le donne occidentali, lievi aumenti in Francia e Svezia per ottime politiche familiari che però costeranno troppo nella crisi. A ridurre le nascite non è tanto la pianificazione, i cui risultati non sono sempre coerenti con le intenzioni. Sono scuola, sanità, benessere: donne che sanno leggere, lavorano e fanno una vita decente, come è capitato a miliardi tra Cina, India e America Latina dal 1980, scelgono meno gravidanze. I problemi della Generazione 7 miliardi non sono quindi di numero. Sono sociali, energetici, militari. Saranno i poveri a fare più bambini, l’intera crescita dell’umanità da qui al 2050 sarà nei 24 Paesi più arretrati (fonte World Bank). Nel Sud del Sahara c’è una fertilità «antica», 4,64 bambini a donna. Nei prossimi 40 anni cresceremo di «soli» 2.300 milioni, la metà in Africa. A Capodanno 2050, stima Fondazione Nardini, per 720 milioni di europei ci saranno 2 miliardi di africani. In certe aree dell’Italia del Nord ospiteremo un emigrante ogni tre persone. Il Giappone sarà il paese più vecchio della storia, l’Italia seguirà da vicino, l’Europa diventerà un continente di capelli bianchi con pochi lavoratori, e pagare le spese mediche della generazione baby-boom (1946-1964) preoccuperà i prossimi quattro presidenti Usa. Come nutrire, istruire e far lavorare i poveri resta il dilemma. Ma anche qui non seguite gli slogan. Il mondo che inquina non fa figli, e i 24 Paesi non sviluppati che affollano le culle producono solo il 7% di gas serra. Il caos possibile viene dal luogo in cui gli umani si stabiliranno. Per la prima volta dai tempi delle «Bucoliche» di Virgilio viviamo più in città che in campagna. Le periferie delle megalopoli, tetti di lamiera ondulata, poche fognature, scuole, servizi, raccoglieranno le nascite. Tre miliardi di persone emigreranno verso i ghetti urbani nei prossimi 40 anni, e già la Cina soffre nel controllare l’ondata. Terrorismo, criminalità, disagi saranno comuni nelle Supercittà, Mumbai, Mexico City, New Delhi, Shangai, Calcutta, Karachi, Cairo, Manila, Lagos, Giacarta. Se rilanciamo la ricercain agricoltura (il Center for Food and Nutrition creato da Guido Barilla sta lavorando in questo senso), se non smettiamo di lavorare a nuove fonti energetiche, se regoliamo le emissioni con raziocinio, se Cina, India e Usa evitano la guerra, se l’Europa non si lascia andare all’inerzia e la crisi economica si attenua, non ci sarà la tragedia nascite. I pericoli, avrebbe detto la saggia Agatha Christie «vengono dalla natura umana», non dalla sua diffusione. E per ora, quindi, che Dio benedica anche te, bebé 7.000.000.000. JEFFREY D. SACHS* SULLA STAMPA A12 anni di distanza dal seimiliardesimo uomo sul pianeta, nel 1999, l’umanità saluterà l’arrivo del suo settemiliardesimo membro nel corso di questo mese. La popolazione mondiale continua a crescere rapidamente e ogni anno nascono circa 75 milioni di persone in più rispetto a quelle che muoiono. Le conseguenze di un mondo affollato da 7 miliardi di persone sono enormi. E a meno che la popolazione mondiale si stabilizzi nel corso del ventunesimo secolo, le conseguenze per l’umanità potrebbero essere spaventose. La popolazione in aumento mette grande pressione su un pianeta che è già sul precipizio della catastrofe ambien- 200 tale. Trovare cibo, vestiti, una casa ed energia a 7 miliardi di persone è un compito incredibilmente complesso.L’agricoltura viene già sfruttata in modo sproporzionato e pericoloso. Le foreste pluviali hanno lasciato spazio a nuove coltivazioni. Le falde acquifere, usate per l’irrigazione, si stanno prosciugando. I gas serra emessi nelle attività agricole sono un fattore decisivo del cambiamento climatico in atto. I fertilizzanti stanno avvelenando i fiumi e innumerevoli specie animali sono a rischio di estinzione, privati dall’uomo del loro habitat naturale. Le sfide economiche sono altrettanto preoccupanti. La popolazione sta crescendo più rapidamente proprio nelle nazioni più povere, che spesso sono anche quelle dove l’ambiente è maggiormente a rischio. Per varie ragioni, i poveri tendono ad avere molti più figli. Molti vivono infatti in villaggi nei quali l’aiuto dei più giovani nel lavoro agricolo diventa molto importante. Le società povere generalmente soffrono anche di un’elevata mortalità infantile e questo porta i genitori ad avere più figli, una sorta di «assicurazione» contro la possibile scomparsa degli altri. Le ragazze raramente arrivano oltre le elementari: vengono date in sposa e diventano madri quando sono ancora molto giovani, in un contesto dove i metodi contraccettivi moderni spesso non sono disponibili o davvero accessibili. Quando una famiglia povera ha sei, sette, otto figli, molti di loro risultano inevitabilmente condannati a una vita nell’indigenza. Troppo spesso, ai genitori mancano i mezzi per garantire adeguate alimentazione, salute ed istruzione. L’analfabetismo e le malattie finiscono per passare di generazione in generazione e i governi di queste nazioni sottosviluppate sono incapaci di rimediare alla situazione, con budget insufficienti per coprire il bisogno di scuole, strade e altre infrastrutture Ecco perché l’arrivo della persona numero 7 miliardi è causa di profonda preoccupazione. Porta con sé più di un interrogativo. Quale sarà il costo di mantenere un pianeta in cui ogni individuo possa condurre una vita felice? Quanto costerà preservare le risorse globali anche per le future generazioni? Esiste davvero uno «sviluppo sostenibile», in un mondo così affollato? Le risposte sono due e implicano un impegnativo compito per i prossimi decenni. Innanzi tutto servono nuove tecnologie per fare in modo che tutte le nostre attività abbiano un minore impatto ambientale. Urge un cambio di paradigma, dalla dipendenza dai combustibili fossili, carbone, petrolio e gas, ad un’epoca che tragga energia da fonti a basse emissioni di CO2, come il sole e il vento. Un cambiamento che richiede la collaborazione di tutti, a livelli ancora mai verificatisi. La seconda chiave per lo sviluppo sostenibile è la stabilizzazione della popolazione globale. Già accade nei Paesi ricchi e in parte anche in quelli mediamente sviluppati, dove le famiglie scelgono di avere uno o due figli, in media. Il calo del tasso di fertilità dovrebbe essere incoraggiato anche nelle nazioni più povere, dove è possibile - alcuni casi l’hanno dimostrato - ottenere una riduzione dei tassi di fertilità veloce e totalmente volontaria. Due secoli fa, il pensatore britannico Robert Malthus nelle sue celebre tesi avvertì che l’eccessiva crescita della popolazione avrebbe accorciato la vita al progresso economico. La minaccia è ancora viva, ma è un’eventualità, non una sorte inevitabile. Ci troviamo di fronte a un dovere che non possiamo più rimandare: adottare stili di vita e tecnologie più sostenibili. E sforzarci di contenere la popolazione intorno agli 8 miliardi entro la metà del secolo. Sterzando quindi dal cammino attuale, che ci porterebbe facilmente oltre i 10 miliardi di qui al 2100. * Economista (Copyright Cnn.com) POPOLAZIONE MONDIALE milioni (1 D. C.)