Fabrizio Massaro, Corriere della Sera 26/10/2011, 26 ottobre 2011
MILANO —
Se davvero alla fine la norma che cambia le regole sulla «legittima» nell’eredità sarà inserita nel decreto-sviluppo, come le bozze circolate lunedì sera lasciano pensare, si può anche ritenere che sia ad personam per Silvio Berlusconi, ma quantomeno avrà un suggeritore dichiarato: l’associazione italiana delle aziende familiari. L’Aidaf — questo l’acronimo — è un organismo associativo, di fatto una lobby, che raccoglie circa 200 famiglie imprenditoriali di peso, da Falck a Ferragamo, da Merloni a Tronchetti Provera, da Zambon a Maccaferri a Squinzi, con società che incidono per circa il 10% sul Pil italiano, presieduto dal banchiere Maurizio Sella e guidato dal direttore generale Gioacchino Attanzio. Ed è proprio Attanzio che spiega l’origine della proposta elaborata dall’Aidaf: «Un dossier che è aperto da almeno dieci anni, e che serve a tutte le aziende familiari, non solo a Berlusconi».
L’attenzione sulla riforma dell’eredità è stata accesa dall’Italia dei valori, che ha gridato al conflitto di interessi visto che la proposta di legge si attaglierebbe alle esigenze di Berlusconi di essere «equa» (sua definizione) nella divisione dei circa 6 miliardi di patrimonio, da Mediaset alla Mondadori, da Mediolanum alle altre partecipazioni dentro Fininvest come il Milan o le quote in Mediobanca. Attualmente il codice civile prevede che ai figli vada in parti uguali il 50% (se c’è anche la moglie) o il 75% del patrimonio, appunto la legittima. La proposta è, pur lasciando invariate le quote, di attribuire in parti uguali ai figli il 50% della legittima, lasciando al testatore la possibilità di attribuire l’altra metà in parti non uguali, a uno solo o solo ad alcuni dei figli. «È una norma mutuata dal diritto di famiglia spagnolo, dove hanno introdotto questa possibilità», spiega Attanzio. In tal modo Berlusconi potrebbe dividere a metà l’impero tra i figli di primo letto, Marina e Pier Silvio, e quelli avuti con Veronica Lario, cioè Barbara, Eleonora e Luigi, che in una spartizione paritaria si troverebbero avvantaggiati rispetto ai fratelli maggiori. Tutto ciò sempre che (come qualcuno sussurra) un accordo non sia stato già trovato da parte di Berlusconi, agendo anche sul 25% di eredità disponibile. E sempre che non incida in maniera significativa il divorzio da Veronica Lario, che è ancora pendente.
L’Aidaf respinge l’accusa di essersi mossa per interesse di Berlusconi: «Di cento aziende familiari solo 30 resistono alla seconda generazione, e solo 15 alla terza. E i motivi principali sono i passaggi generazionali che non vengono preparati o vengono fatti male», spiega Attanzio. Da qui la necessità di cambiare le regole sull’eredità. Nel 2006 l’Aidaf è riuscita a far diventare legge il «patto di famiglia»: in sostanza l’imprenditore può decidere in accordo con tutti i figli a chi di loro lasciare l’azienda. Sarà poi il fratello che prende in mano le redini dell’impresa a liquidare, alla scomparsa del padre, gli altri fratelli. «Questa norma è poco applicata perché funziona male, per questo va corretta consentendo fra l’altro al padre di liquidare ancora in vita i figli che non restino in azienda».
Ma Berlusconi c’entra comunque in questa vicenda. Fra gli otto componenti del gruppo di lavoro che ha portato avanti la ricerca e ha di fatto scritto la norma c’è Cristina Rossello, l’avvocato milanese che assiste il Cavaliere nella causa di divorzio da Veronica Lario. Il lato bipartisan della commissione è comunque garantito dalla presenza del notaio Francesca Cilluffo, di Torino, da poco subentrata alla Camera dei deputati fra i banchi del Partito democratico al posto del neosindaco di Torino, Piero Fassino.
Fabrizio Massaro