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 2011  ottobre 23 Domenica calendario

Professor Immanuel e mister Kant: la doppia vita del filosofo - Kant non sarebbe anda­to a letto tardi leggen­do Kant

Professor Immanuel e mister Kant: la doppia vita del filosofo - Kant non sarebbe anda­to a letto tardi leggen­do Kant. Per buona parte della sua vita, avrebbe preferito tirare le ore pic­cole destreggiandosi nelle feste della buona società prussiana. Co­me teorizzò esplicitamente a uno dei suoi allievi migliori, il futuro letterato Herder, «non si doveva stare tanto a meditare sui libri». Questo filosofo godereccio e con tratti francamente libertini, l’Immanuel Kant che non piace­rebbe a Eco, Zagrebelsky e tutti i chierici dell’intellighenzia neopu­ritana, quelli che lo hanno storpia­to nel santino del professore chi­no sulle sue carte e schifiltoso ver­so i divertimenti prosaici della so­cietà, esiste davvero. Basta legger­si Kant. Una biografia , di Manfred Kuehn (il Mulino, pagg. 663, euro 60). Responsabile primo della ca­ricatura è l’appiattimento della personalità di Kant scaturito dalla prima biografia, scritta subito do­po la sua scomparsa, nel 1804, scritta da tre amici. Ludwig Bo­rowski, Reinhold Jachmann ed Ehregott Wasianski erano però so­prattutto tre teologi affini al pieti­smo (una forma di radicalismo protestante), quindi parecchio in­t­eressati a ridurre allo stesso tem­po l’imp­atto demolitorio della filo­sofia kantiana e la biografia vivace del suo autore. «Fu a causa di questa caricatura - scrive Kuehn- che i romantici te­deschi giunsero a credere che si trattasse di un uomo che era solo pensiero e niente vita». Ed è qui che nasce anche il fondamento dell’equivoco odierno, che pre­senta Kant ( 1724-1804) come sino­nimo di un’erudizione asociale. Invece, quelli che lo stesso filoso­fo definì «gli anni più piacevoli del­la sua vita », furono quelli da magi­­ster all’università di Königsberg. Kant a quel tempo passava da una festa all’altra,in compagnia di«uf­ficiali russi, banchieri di successo, ricchi commercianti, nobili e no­bildonne ». In particolare, era il fa­vorito della contessa di Keyserlin­gk, che definì «l’ornamento del suo sesso» e che lo voleva sempre alla sua destra ai banchetti, nono­stante il divario sociale. Ma intrat­teneva rapporti anche con altre donne, come Charlotte Amalie di Klingspor, che anni dopo gli scris­se ringraziandolo «per aver cerca­to­d’istruirla con la piacevole con­versazione », e a cui inviava poesie romantiche. Ovviamente, Kant dava una fondazione teorica della sua vita mondana: «è meglio esse­r­e matto nella moda che fuori dal­la moda »; «le nostre virtù artificia­li sono delle chimere, e i vizi han­no origine quando ciò che è nasco­sto viene visto come vizio»; fino a dire, con gran scorno degli appar­t­ati snob passati e presenti: «Le re­lazi­oni sociali sono ciò che dà vera­mente sapore alla vita e rende utili gli uomini degni. Se i dotti non so­no adatti alla conversazione, ciò deriva dal disprezzo per la socie­tà, che è basato su una mancanza della conoscenza del mondo». Un osservatore e un praticante del bel vivere, questo era allora Kant, e il ritratto che ne fa Herder lo chiarisce definitivamente: «Quanto vi è di grande e di bello nell’uomo, i caratteri degli uomi­ni, i temperamenti, gli impulsi ses­suali, le virtù e infine i caratteri na­zionali, questo è il suo mon­do ». Il magister Kant teneva le­zioni per gli alti ufficiali durante i banchetti in casa del generale Meyer, dove veniva condotto con una carrozza dell’esercito. Dopo questi simposi prolungati, «vi era­no delle volte in cui non riuscivate a trovare l’imbocco della Magi­sterstrasse » per tornare a casa, a causa del troppo vino bevuto. Kant consumava «la maggior par­te dei pranzi e delle cene in socie­tà », e quando non era così si ferma­va spesso da Gerlach, una sala da biliardo, sua passione perenne. Quando non era biliardo, spes­so era l’«hombre» (una sorta di complicatissima briscola), gio­co di carte in cui era così abile da rimpinguare visibilmente i propri guadagni, e che elo­giò persino in un suo corso di antropologia, perché «ci forma, ci rende imper­turbabili, ci abitua a con­trollare le emozio­ni ». Un habitué del bluff sociale, un go­liardico consumato­r­e dei piaceri della tavo­la, accorto bazzicatore del genere femminile. Questa era l’indole natu­rale di Kant, che a un cer­to punto regolò la sua vita per la salute malferma e, soprattutto, perché aveva intuito che con l’edificio della filosofia critica poteva rivoltare il pensiero occi­dentale. Come scrive Kuehn, la norma­lizzazione che Kant si impose dai cinquant’an­ni in poi, era «un modo di procedere na­to dalla necessi­tà, non dalla pi­grizia ». Non sa­rebbe mai andato a letto tardi leggen­do se stesso. E, anco­ra vecchio, si presen­tava al visitatore come «il miglior compagnon , un vero bon vivant », che «gustava allo stesso modo il suo vecchio vino» e non diceva «una parola del­la sua filosofia». Mentre altri oggi spendono parec­c­hie parole a van­vera su di lui.