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 2011  ottobre 23 Domenica calendario

Il segreto del falegname che fa suonare gli alberi - Era passato mezzogior­no da una ventina di minuti, il 19 luglio 1985,quando gli«al­beri della musica» fra il Passo di Pampe­ago e il Passo di La­vazè smisero all’improvviso di suonare

Il segreto del falegname che fa suonare gli alberi - Era passato mezzogior­no da una ventina di minuti, il 19 luglio 1985,quando gli«al­beri della musica» fra il Passo di Pampe­ago e il Passo di La­vazè smisero all’improvviso di suonare. Un boato funesto, un vento di morte. Po­chi istanti dopo, 230.000 metri cubi di fan­go, acqua e detriti scesero verso valle alla velocità di 90 chilometri orari, portandosi via 28 bambini di neppure 10 anni, 31 ado­­lescenti non ancora diciottenni, 120 don­ne, 89 uomini, 53 case, 3 alberghi, 6 capan­noni industriali, 8 ponti. L’intero paese di Stava, frazione di Tesero, in Trentino. In quella catastrofica colata, provocata dal crollo di due bacini di decantazione della miniera di Prestavel, Fabio Ognibe­ni, il falegname del«bosco dei violini»,per­se tre amici che appena un mese prima, il 16 giugno, erano presenti al suo matrimo­nio con Donata Ciresa, fra i quali il fidanza­to di una testimone di nozze, Rolando, al­bergatore venticinquenne di Stava, che aveva accompagnato la sposa in chiesa con la sua Lancia Prisma nuova di zecca. Gli abeti rossi no. I più pregiati, almeno quelli, si sono salvati tutti, perché stavano sul versante opposto della Val di Fiemme. Con essi è sopravvissuto anche l’antico mestiere di Ognibeni, 49 anni, costruttore di tavole armoniche, nato a Borgo Valsu­gana e cresciuto a Pieve Tesino, i due paesi che segnarono la vita di Alcide De Gaspe­ri. Su circa 12.000 conifere che vengono ab­battute ogni anno in questa zona, tocca a lui selezionarne non più di 150-200 e da queste ricavare 400-500 metri cubi di le­gname scelto di risonanza. In pratica, solo uno o due abeti ogni 1.000 diventano stru­menti musicali. Nel mondo 160.000 tra pianoforti e clavicembali, 55.000 tra violi­ni e violoncelli e 17.000 arpe suonano con una tavola armonica in abete rosso della Val di Fiemme costruita da Ognibeni a Te­sero, nella piccola azienda che si chiama come il suocero defunto, Ciresa, unica in Italia e con due soli concorrenti in Europa, tanto che esporta il 94 per cento della sua produzione. È lui il fornitore dell’austria­ca Bösendorfer, delle tedesche Bechstein, Bluthner, Förster e Sauter, della francese Pleyel, della giapponese Kawai, della cine­se Sejung, della ceca Bohe­mia, della brasiliana Fritz Dobbert, oltre che dell’ita­liana Fazioli pianoforti di Sacile e della sanmarinese Schulze Pollmann. Stanno testando le sue tavole ar­moniche anche le esigen­tissime Stenway & Sons di Amburgo e Yamaha di Ha­mamatsu. Tra i suoi affezio­nati clienti c’è il top della liuteria internazionale, dai cremonesi Neumann e Bis­solotti ai tedeschi Schleske e Schnabl, dal portoghese Capela al ciprio­ta Pantelides, dallo statunitense Kelvin Scott al taiwanese William Lim, così come gli eredi del costruttore d’arpe più famoso del mondo, quel Victor Salvi, nato a Chica­go da famiglia veneziana, che dopo aver suonato nella New York Philharmonic e nella Nbc Symphony Orchestra diretta da Arturo Toscanini, si trasferì in Italia per aprire un laboratorio prima a Genova e poi a Piasco, nel Cuneese. In Germania chiamano Ognibeni«l’An­tonio Stradivari del terzo millennio ». Defi­nizione impropria, perché non è un liuta­io. Però qui in Val di Fiemme non c’è abi­tante che non dia per certa la presenza nel­la foresta incantata del leggendario mae­stro artigiano di Cremona, il quale ben co­nosceva le inimitabili peculiarità di que­sto legno e veniva di persona, almeno a giudicare dagli epistolari lasciati dai suoi eredi, a scegliere gli abeti rossi da trasfor­mare in violini. Con la stessa curiosità re­verenziale si sono avvicinati a Ognibeni i violinisti Uto Ughi e Salvatore Accardo, che possiedono uno Stradivari ciascuno, il pianista e compositore Giovanni Allevi, che prima di sfondare andava a esercitar­si in un laboratorio di restauro milanese su un Bösendorfer con tavola armonica marchiata a fuoco «Ciresa», il violoncelli­sta Mario Brunello, il Quartetto di Cremo­na, il pianista jazz Stefano Bollani, il can­tautore Zucchero. Anche Benedetto XVI, che la sera si ri­lassa suonando Schubert sul suo vecchio pianoforte Furstein Farfisa (era la Ciresa a fornire le tavole armoniche alla casa marchigiana che lo produ­ceva), ha avuto occasione di ammirare e ascoltare da vicino l’ultimo prodigio di Ognibeni, già coperto da brevetto nell’Unione euro­pea e negli Stati Uniti, non­ché in Cina, Giappone e Co­rea del Sud. Si chiama Ope­re sonore ed è un diffusore acustico che sembra una scultura, in grado di rim­piazzare gli impianti ad al­ta fedeltà sin qui conosciu­ti. L’inventore è partito da un’intuizione geniale: se il legno vibra e amplifica il suono di una corda percossa oppure pizzicata, perché non dovrebbe fare altrettanto con l’impulso elettrico proveniente da una qualsiasi sorgente au­dio? Così ha sagomato delle tavole dalle forme fantasiose e vi ha collegato ogni ge­nere di apparecchio: lettori Cd, Mp3, Ipod, radio, giradischi, televisori. Il mira­colo consiste nel fatto che le lamine di abe­te rosso riproducono il segnale sonoro a banda larga per sola vibrazione, senza al­toparlante, con una pienezza e una roton­dità mai udite prima da orecchio umano. «Ho deciso di produrre 660 Opere sono­re: di più non ci riuscirei», spiega Ognibe­ni. Per il momento ne ha assemblate una ventina, con tanto di numero seriale e an­no di costruzione. Il problema sarà ven­derle: il modello Sogno, l’unico creato da un designer esterno,l’architetto francese Philippe Gendre dello studio Nyt Line di Lione,sarà anche un’opera d’arte ma co­sta la bellezza di 120.000 euro. Si offende se le dico che resterei anco­ra su una 650i cabrio della Bmw che viene 10.000 euro di meno? «Però la mia opera lignea suonerà anche fra un secolo, e meglio di oggi. Senza con­tare che servono almeno 200 ore di lavoro per realizzarla. Comunque c’è anche il modello Vela, 200 pezzi, il meno caro: 40.000 euro di listino». Sempre tanti. «È quasi pronta una versione per il gran­de pubblico. Si chiamerà Leonardo e non dovrebbe costare più di 7.000 euro». Ma lei, oltreché un po’ boscaiolo e un po’ falegname,è anche un po’ musici­sta? «Non so neppure leggere le note sul penta­gramma. Però già a 16 anni d’estate lavo­ravo nei boschi della Valsugana: misura­vo il diametro di tutte le piante per la pre­disposizione del piano economico fore­stale dei Comuni». Studi? «Perito industriale. Speravo che mio fra­tello, laureato in chimica a Padova, potes­se aiutarmi. L’anno del diploma mi mori­rono entrambi i genitori, a cinque mesi di distanza l’uno dall’altro, per cui dovetti trovarmi subito un lavoro. Facevo il can­none umano sparaneve negli impianti di sci di Pampeago». Il cannone umano? «Le spiego. Allora non esistevano le diavo­lerie di oggi. Bisognava andare a racco­gliere la neve nel bosco e portarla sulle pi­ste. Lì conobbi la mia futura moglie, che lavorava all’ufficio skypass.Dopo il matri­monio, andammo a vivere al mio paese, Pieve Tesino. Mi misi a fare il chimico pri­ma per uno stabilimento di piastrelle e poi per un’azienda di trattamento delle acque. Nel 1991, alla morte di mio suoce­ro Enrico Ciresa, il commercialista chia­mò le due figlie e disse loro: “Vi conviene chiudere”. Io mi opposi». Per quale motivo? «Mi sembrava un peccato che il patrimo­nio di famiglia andasse perduto. Mio suo­cero aveva lavorato come operaio alla Bozzetta, una fabbrica di armonium di Te­sero. Nel 1952 s’era messo in proprio,arri­vando a produrre 700 armonium l’anno. Era un accentratore, i suoi 14 dipendenti dovevano aspettare ogni mattina gli ordi­ni. Non si rassegnava all’avanzare degli strumenti elettronici. Negli ultimi tempi i suoi armonium gli venivano a costare più di quanto li faceva pagare. Ma non demor­deva. Non era il tipo. Era stato sindaco di Tesero negli anni Settanta ed era ancora assessore quando vi fu da gestire la rico­struzione dopo la tragedia di Stava. Nep­pure da morto ci avrebbe perdonato la chiusura della Ciresa. Alla fine, mia mo­glie, sua sorella Piera, sette dipendenti e io abbiamo deciso di tenerla aperta e di di­­versificare con le tavole armoniche». Che ne sapeva di tavole armoniche? «Nulla. Ho imparato tutti i segreti da Giuliano Mich, un pensionato che andava a scegliere gli abeti rossi per mio suocero. Vede, la verità è che nessuno sa che cosa siano le tavole armoni­che. Se lei chiede a 100 per­sone che cosa fa suonare un violino, 98 le risponde­ranno: “ Le corde”.Gli ami­ci dell’Associazione italia­na accordatori mi dicono che persino i pianisti sono convinti che si­ano le corde a determinare il suono del pianoforte. Se gli parli del cavalletto o del nottolino di scappamento, strabuzzano gli occhi. Non conoscono il loro strumen­to, alcuni non l’hanno mai neppure aper­to per vedere com’è fatto dentro». È il legno che suona. «Esatto, la tavola armonica». Perché gli abeti rossi della Val di Fiemme suonano meglio di qualsiasi altro albero? «Dipende dal clima molto rigido lungo il versante nord-ovest della catena del La­gorai, dove batte poco il sole. Questo fa sì che vegetino poco, da giugno a metà set­tembre, e che gli anelli di accrescimento siano pertanto molto stretti. L’ideale per il legno di risonanza,che dev’essere elasti­co e particolarmente leggero». Per non affaticare il violinista che tie­ne lo strumento appoggiato al collo? «Per una legge fisica: quando forniamo energia a una lastra vibrante, questa la dis­sipa col quadrato della propria massa». Mi sa che è meglio cambiare musica... «Detto in parole semplici, più è pesante e meno a lungo vibra. Controprova: basta dare un colpo a una lastra di marmo e a una lastra di metallo. Nel primo caso il suo­no finisce subito, nel secondo si prolunga. Qui gli abeti crescono fitti, il che li obbliga a salire fino a 30-40 metri per cercare la lu­ce. Essendo gli uni vicini agli altri, i tronchi sono molto dritti e privi di rami nella parte bassa. Una benedizione per le tavole ar­moniche: niente difetti di torsione, sac­che di resina, irregolarità della fibra o nodi che frenerebbero la corsa del suono». Di quanti alberi stiamo parlando? «Sei milioni. Sono 20.000 ettari fra le Pale di San Martino e il Passo Manghen. Da un millennio una risorsa di vita per la vallata. Merito dei nostri antenati, che avevano imparato a tagliare il bosco in un certo mo­do affinché ricrescesse tutto uguale. Non c’è nessun’altra zona al mondo dove si ri­scontrino le stesse condizioni favorevoli ». Quando si tagliano gli abeti rossi? «Si comincia a fine settembre e si va avan­ti fino a che non nevica. Il bosco che taglia­mo oggi non sarà di nuovo pronto prima di un secolo. La Guardia forestale misura la quantità di legno che è ancora in piedi e impedisce che si abbatta più del 70 per cento del volume che è ricresciuto». Il legno a chi lo paga? Allo Stato? «No, alla Magnifica Comunità di Fiemme. E anche piuttosto caro: dai 220 ai 500 euro al metro cubo». Altro che federalismo. «La Magnifica è una vicinia, ossia una co­munità agraria di vicini dell’epoca medie­vale, che amministra terreni e foreste di sua proprietà.Quest’anno compie 900 an­ni. Fu il vescovo Gebardo di Trento, nel 1111, a firmare i privilegi storici, detti ap­punto “ patti gebardini”, che neppure Na­poleone­o l’imperatore Francesco Giusep­pe riuscirono a cancellare. Fra questi, i di­ritti sui boschi. Le regole, cioè i Comuni, eleggono lo scario, il rappresentante lega­le della Magnifica. Una volta potevano vo­tare solo i capifuoco, cioè i capifamiglia. Adesso sono accettati anche i single e le ve­dove, purché residenti in Val di Fiemme da almeno 20 anni. Quando nel 1991 co­minciai a parlare di “ alberi della musica”e di “bosco dei violini”,i regolani mi guarda­vano perplessi. Ciononostante mi lascia­rono utilizzare sulle tavole armoniche il marchio storico della Magnifica,con la di­zione “ legno abete Fiemme”.Dal 1995 me l’hanno concesso in esclusiva.Dietro ver­samento di una royalty, si capisce». Oltre a lei, chi altro conosce i segreti del «bosco dei violini»? «Nessuno.Un sostituto non ce l’ho.Devo pensarci: invecchio». Quante ore lavora al giorno? «Dalle 7.30 alle 23». Nell’era dell’Ipod, che spazio può avere la sua artigianalità? «Il fatturato, un milione di euro l’anno, cala. Oggi c’è tanto consumo di musica, Mp3 e cuffiette ovunque, ma pochi che la fanno, e quei pochi preferiscono batteria e chitarra elettrica a pianoforte e violino». Gli alberi che taglia chi li piantò? «Gente di 250 anni fa, presumo, perché ol­tre quest’arco temporale l’abete rosso non vive». Lei ne ha piantati? «Mai». Peccato. Il poeta cubano José Martí nell’Ottocento diceva che ci sono tre cose che ogni uomo dovrebbe fare nel­la propria vita: piantare un albero, avere un figlio e scrivere un libro. «La terza è quasi fatta. Di figli ne ho due. Quanto agli alberi, mi riferivo agli abeti rossi. Ma di betulle, ciliegi, cirmoli e abeti bianchi, accidenti se ne ho piantati!».