Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2011  ottobre 23 Domenica calendario

Silvio Muccino: mi chiedo ancora che ne sarà di noi - Niente da fare. Silvio Muccino quella domanda non riesce proprio a smettere di porsela

Silvio Muccino: mi chiedo ancora che ne sarà di noi - Niente da fare. Silvio Muccino quella domanda non riesce proprio a smettere di porsela. Ed è inutile che la declini al passato o al futuro. Si vede proprio dal suo viso, dai suoi movimenti, pure dalla postura mentre è seduto. Il suo interrogativo è sempre Che ne sarà di noi? , come il titolo del film di Giovanni Veronesi ambientato a Santorini, quello che gli ha regalato l’essere interprete, l’incarnare una generazione. È di quella giovane Italia, la sua, la nostra, che è venuto a parlare a La Stampa . E proprio nei corridoi della redazione, prima della videointervista per Tuttolibri iPad Edition in occasione dell’uscita del libro Rivoluzione n. 9 , scritto con Carla Vangelista per Mondadori, racconta che forse, ora, quell’angosciosa domanda di futuro che tanto lo ha fatto avvicinare ai giovani nostrani è diventata «Che ne è stato?». Muccino si è fermato a pensare. Per lui, oltre a qualche no, serve anche questo per diventare grandi. Ecco dunque il bilancio di un ventinovenne romano con all’attivo parecchie ansie superate tra parti da attore nei film del fratello Gabriele, un’esperienza in coppia con Carlo Verdone, due pellicole da regista e due libri. Rivoluzione n. 9 tocca un tema contemporaneo: la voglia di cambiamento dei giovani nonostante la paura. «Con Vangelista abbiamo messo a confronto due generazioni. Non c’è metafora migliore del cambiamento possibile che quella dell’adolescenza. Sofia e Matteo vivono nello stesso appartamento a 40 anni di distanza. Sono due rivoluzioni opposte. Lei vive il ‘68 e sente di avere un futuro, lui può solo sperare di cambiare dentro per stare meglio» Lei hai detto che vorrebbe proprio incontrare chi dice che l’adolescenza è il momento migliore... «Smentiamo questo luogo comune ormai ridicolo. A 16 anni mi trovavo spesso davanti a persone che mi dicevano “Goditi questo momento!”, ma è proprio quando è finito che la mia vita è diventata migliore. In realtà è un periodo di grande tribolazione. Nonostante l’inadeguatezza, le paure, il non conoscersi, però c’è una forza, sono come le doglie di un parto. Poi inizia la vita». L’appartamento del libro, esiste davvero ed è dove con Carla Vangelista avete scambiato per anni idee e musica ( Rivoluzione n. 9 fa riferimento alla canzone dei Beatles e alla Nona di Beethoven). «È il mio appartamento, dove con lei ci vediamo per lavorare e costruire i nostri film e libri. Io sono molto legato alle case. E mi è piaciuta l’idea che il personaggio pauroso di Matteo trovasse un dialogo ideale, che poi è ciò che lo scardina dalla sua vita, con un’adolescente che ha abitato la stessa camera 40 anni prima». Raro che due scrittori di così differente età lavorino insieme. «Vangelista è molto più grande di me, ma pure più adolescente e leggera . Ho sempre amato il confronto con persone più grandi: mio fratello, Giovanni Veronesi, Carlo Verdone. Con Carla c’è un’affinità: siamo sempre d’accordo sul cuore delle storie, ma con punti di vista diversi». In questo caso l’idea era fare un romanzo di formazione per i giovani, di quelli che le piacciono molto. Tanto che il suo libro preferito è Martin Eden di Jack London. «Volevamo parlare di cambiamento, spronare i giovani a sentirsi meno soli perché tutti proviamo delle paure. Una sensazione che si può trovare nel libro che cita o in una canzone del gruppo Crosby, Stills, Nash & Young». Se c’è un suo tratto distintivo, è quest’ansia del futuro, il Che ne sarà di noi? . Ora però sembra più tranquillo rispetto al passato. «Non lo so. È buffo ma mi verrebbe da rispondere con un’altra domanda: che ne è stato? Nel senso che a quasi 30 anni mi sono fermato per domandarmi attraverso questo libro se ho vissuto a pieno l’adolescenza. Perché avevo iniziato a lavorare e c’era stato quasi uno sdoppiamento nella mia vita. L’adolescenza è un interregno in cui un bimbo inizia a diventare un uomo. E lo fa scontrandosi con ciò che non è. Se non si arriva a dire dei no e non si mette in discussione la famiglia e il mondo circostante si accetta tutto passivamente e il risultato è che viviamo in un paese in cui i ragazzi sono per lo più apatici. Non per colpa loro ma perché non c’è più il motore di criticare l’esistente. Anzi forse sta nascendo ora con diversi movimenti culturali e di rifiuto della politica, sintomo di un no molto forte». Dunque è ottimista? «Sono profondamente ottimista».