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 2011  ottobre 23 Domenica calendario

NELL’ERA DEL PC CONSAPEVOLE - «I

computer possono memorizzare ed elaborare delle foto. Ma non le vedono». Già. Non le vedono. Non sanno di vedere delle immagini. Solo bit. «Ma noi che cosa facciamo quando "vediamo"? Dov’è il display nel nostro cervello?». La domanda, fulminante, è di Federico Faggin. Che sta esplorando nuove strade. Del resto, come poteva fermarsi, proprio lui?

Faggin è uno degli uomini che hanno fatto la storia dell’elettronica. Maturato all’Istituto tecnico Alessandro Rossi di Vicenza e laureato in Fisica a Padova, durante gli studi aveva già cominciato a lavorare in uno dei laboratori della Fairchild in Italia dove ha disegnato i suoi primi circuiti integrati. Era già dunque oltre la frontiera quando è andato in California, nel 1968, per lui, e molti altri, l’inizio della rivoluzione di Silicon Valley. Due anni dopo passava dalla già grande Fairchild all’allora piccola Intel. Il suo lavoro è stato decisivo per la nascita dei microprocessori. Le macchine che calcolano e elaborano i bit sono tutte un po’ figlie sue. E anche se oggi le diamo per scontate, non possiamo non immaginare quale forza visionaria doveva spingere quei pionieri dei chip. Da allora, la sua esplorazione oltre la frontiera del pensiero conosciuto non si è mai fermata. Le sue startup e le sue invenzioni gli hanno dato il successo. L’anno scorso, il presidente Barack Obama gli ha conferito la National Medal of Technology and Innovation, la massima onorificenza statunitense per gli eroi dell’innovazione. La nuova creatura è la Federico and Elvia Faggin Foundation. Serve a fare una ricerca che sembra letteralmente impensabile: per conoscere come evolveranno le macchine che pensano ritiene si debba studiare come pensano le persone umane.

«L’approccio per immaginare macchine molto più evolute di quelle attuali è evidentemente quello di cercare ispirazione nel funzionamento del cervello. Ma senza equivoci: il cervello è anche una macchina, ma non è solo una macchina. Perché è dotato di "consapevolezza"». Noi vediamo e sappiamo di vedere. Quella consapevolezza è il misterioso display con il quale vediamo le immagini.

È il contrario dell’intelligenza artificiale. «Dicevano che si sarebbe potuto "downloadare" il sapere e la consapevolezza del cervello nel computer. Pensavano di poter replicare il cervello con una macchina perché pensavano che il cervello fosse una macchina. Era una sciocchezza. E infatti l’approccio dell’intelligenza artificiale ha dato scarsi risultati. Dobbiamo renderci conto che la natura è molto più complessa. E partire da questa constatazione per fare evolvere le macchine».

Ma che cos’è la consapevolezza, questa caratteristica del cervello animale che le macchine non hanno? «È la capacità di avere un’esperienza. La relazione che intratteniamo con il mondo esterno, per esempio, non è come quella del robot che si limita a reagire agli stimoli: è anche un’esperienza vissuta dentro di noi. Del resto, è un’esperienza anche il pensiero, l’intuizione, la creatività, l’emozione, il misticismo. E la domanda scientifica fondamentale è questa: qual è la natura della consapevolezza? L’esperienza è una proprietà del funzionamento del cervello – come di solito si pensa – o è un fenomeno primario della natura? Sarebbe un errore rispondere in base a un pregiudizio. Siamo abituati a pensare che la mente sia definita dalla materia, ma esperimenti ormai ben noti dimostrano che in certi casi la mente modifica la materia: sono i paradossi della meccanica quantistica. Di certo, la consapevolezza emerge da un sistema complesso: e porla come tema centrale della ricerca non è una risposta ma soltanto un approccio».

Supponendo di procedere su questa strada, si può creare un computer consapevole? «Non sappiamo nemmeno da dove cominciare. Per questo è nata la Fondazione. Ci domandiamo, per esempio: come si accresce la consapevolezza? In natura ci sono molecole intelligenti che interagiscono. Ci sono atomi che seguono logiche quantiche. Particelle che non sono soltanto dotate di due stati, positivo o negativo, ma anche dei due stati simultaneamente. In questo modo, la loro capacità di gestire informazioni non cresce in modo lineare ma esponenziale». È un aspetto particolare di una ricerca estremamente aperta. Alla quale Faggin lavora ormai da vent’anni.

Insomma, il padre del microprocessore sta ancora immaginando quello che c’è oltre la frontiera: sta indagando intorno al concetto stesso che definisce ciò che è specificatamente umano, o almeno animale, la consapevolezza; sta cercando di comprendere come questo possa essere collegato alla fisica quantistica; e si ritrova a interessarsi di neuroscienze, per lo meno per quanto riguarda la capacità dei nuovi strumenti come l’Mri (Magnetic resonance imaging) di registrare un dato "oggettivo" in correlazione agli stati mentali, che siamo sempre stati abituati a pensare come "soggettivi". Non sappiamo dove lo condurrà la sua ricerca, ma sappiamo da dove parte: gli esseri umani non sono macchine destinate a fabbricare altre macchine sempre più potenti fino a che queste lo supereranno. La dimensione umana è enormemente più ricca. E questa è la sorgente preziosa del suo fascino.