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 2011  ottobre 23 Domenica calendario

E il bipolarismo alla fine ha prodotto 26 partitini - Fra le molte illusioni che ci siamo fatti il 14 aprile del 2008, quando venne votato il Parlamento in carica, una delle più luminose riguardava la semplificazione della geografia di Palazzo

E il bipolarismo alla fine ha prodotto 26 partitini - Fra le molte illusioni che ci siamo fatti il 14 aprile del 2008, quando venne votato il Parlamento in carica, una delle più luminose riguardava la semplificazione della geografia di Palazzo. Il leader del Partito democratico, Walter Veltroni, in campagna elettorale aveva detto: «Nella scorsa legislatura [a sinistra] c’erano quattordici partiti. Qui c’è un gruppo, quello del Pd, e un solo programma. E’ la novità assoluta». Il premier dell’Unione, Romano Prodi (oltre a una maggioranza di un solo voto a Palazzo Madama, e tenuta su dal volontariato dei senatori a vita), aveva infatti l’impegno quotidiano di elemosinare il sostegno del Movimento politico dei cittadini o del Partito democratico meridionale. La sera del 14 aprile 2008 il Parlamento era rivoluzionato. C’erano solo cinque gruppi: il Pdl, il Movimento per le autonomie di Raffaele Lombardo (apparentato al partito di Silvio Berlusconi), la Lega Nord, l’Udc di Pierferdinando Casini e il Partito democratico. Per la prima volta nella storia della Repubblica, i partiti dell’estrema sinistra erano stati cacciati dalle seggiole del legislativo: merito (o colpa) dello sbarramento al quattro per cento. Il giorno dopo, però, i gruppo erano già sei. Veltroni, infatti, aveva messo in lista candidati radicali e dell’Italia dei Valori che sottoscrissero l’impegno di rimanere nel gruppo del Pd. L’impegno venne rispettato dalla truppa di Rita Bernardini e disinvoltamente tradito dai dipietristi. E da lì è cominciato uno splendido carosello che oggi ha portato a ventisette il numero di gruppi o movimenti o partiti nel frattempo nati. E magari deceduti nell’alta mortalità infantile del settore. E dunque la sorpresona è un’altra: il Parlamento dei nominati non riluce per fedeltà (hanno cambiato maglia in circa centoventi, alcuni dei quali tre o quattro volte). Non c’è partito che non abbia subito scissioni. I finiani di Futuro e Libertà se ne sono andati dal Pdl; i rutelliani di Alleanza per l’Italia se ne sono andati dal Pd; i pionatiani di Alleanza di centro per la libertà se ne sono andati dall’Udc. Che poi di pionatiani fra Camera e Senato ce n’è uno solo, Francesco Pionati, appunto; però il presidente è Ortensio Zecchino, che fu ministro dell’Università con l’Ulivo. Pionati non è certo un’eccezione: di one man party se ne contano alcuni. Il senatore Enrico Musso, per esempio, regge in solitaria i destini del Partito liberale (nel frattempo abbandonato da Paolo Guzzanti). Giampiero Catone è contemporaneamente il direttore del quotidiano la Discussione (fondato da Alcide De Gasperi) e l’unico deputato del movimento La Discussione, ruolo politico di una levatura tale che gli ha procurato il sottosegretariato all’Ambiente. La biografia di Catone, passato in tre anni e mezzo dal Pdl a Fli al Misto ai Responsabili in quota Discussione, è quella di un’intera legislatura. Per dire: Adriana Poli Bortone se ne andò dal Pdl in polemica con la fusione FI-An e fondò Io Sud, ora confluito in Coesione nazionale (nome non ironico) che al Senato comprende ex del Pdl, del Pd, dell’Udc, dell’Idv... Attenzione, però, che c’è anche Noi Sud (scissione dall’Mpd di Lombardo, presidente Enzo Scotti, già ministro dell’Interno con Giulio Andreotti). E poi - altra fuga dal Pdl - ecco Forza Sud, il movimento di Gianfranco Micciché; mentre una fuga dal Pd ha prodotto Verso Nord, fondato dall’ex sindaco di Venezia, Massimo Cacciari, e che per un po’ ha contato sul senatore Maurizio Fistarol. Le rivendicazioni territoriali sono diventate numerose, come si vede. E non mancano i grandi classici: sotto il nome di Minoranze linguistiche si radunano Siegried Brugger e Karl Zeller della Südtiroler Volkspartei e Roberto Nicco dell’Autonomie Liberté Démocratie. Altri gruppi, invece, incontrano qualche difficoltà a delineare la loro struttura ideologica. Per esempio, a quale Paese ambiscono i liberal-democratici di Daniela Melchiorre e Italo Tanoni (più il neoacquisto Giorgio La Malfa), che nella legislatura scorsa erano con Prodi, in questa erano con Berlusconi, poi si sono rifugiati al Misto, poi all’opposizione, poi in maggioranza e oggi di nuovo all’opposizione? Quale futuro immagina il Pid (Popolari per l’Italia) del ministro Saverio Romano? Quale mondo progetta il Movimento associativo italiani all’estero? Se lo scopriremo, dipende dall’aspettativa di vita della legislatura che rimane decorosa grazie all’impegno dei Responsabili, ora ribattezzati Pt (Popolo e territorio) e costituiti da transfughi di destra, di sinistra e di centro. Il loro campione, come tutti sanno, è Domenico «Mimmo» Scilipoti. Il suo Movimento di responsabilità nazionale - dopo i Cristiano popolari di Mario Baccini e i Repubblicani di Francesco Nucara - è il partito numero ventisette. C’è ancora qualcuno che ha paura del bipartitismo?