CARLO BERTINI, la Stampa 22/10/2011, 22 ottobre 2011
Nel Pd la guerra dei giovani leoni - Sarà pure vero come nota con malizia la pidiellina Lara Comi, che «i giovani del Pd sono ormai degli indignados contro il proprio partito» o che facciano solo «battaglie in nome della carta d’identità», come sostiene il Democrat piemontese Giorgio Merlo
Nel Pd la guerra dei giovani leoni - Sarà pure vero come nota con malizia la pidiellina Lara Comi, che «i giovani del Pd sono ormai degli indignados contro il proprio partito» o che facciano solo «battaglie in nome della carta d’identità», come sostiene il Democrat piemontese Giorgio Merlo. Ma di sicuro, le cosiddette nuove generazioni se le danno di santa ragione prima ancora di aver preso la Bastiglia, cioè il timone di un partito in cui ormai si contano più di una decina di correnti. L’ultima in ordine di apparizione, è quella di una quarantina di dirigenti locali under-30, assessori comunali, provinciali e regionali, che ieri in un Manifesto apparso sul Foglio hanno sferrato un attacco a 360 gradi: contro «chi usa il giovanilismo come una clava da brandire contro il quartier generale» e contro «i quasi cinquantenni che credono di esser portabandiera del rinnovamento». Il tutto all’insegna del sì a riforme liberali sul mercato del lavoro, pensioni di anzianità e liberalizzazioni». Parole in cui si legge uno schiaffo diretto sia ai rottamatori alla Renzi, che ai cosiddetti «giovani turchi», i lealisti che fanno parte della segreteria Bersani riuniti all’Aquila nei giorni scorsi. In un summit, definito da un altro quarantenne critico, il lettiano Francesco Boccia, tutto incentrato «sul fallimento del neo-liberismo». A grattare un poco la superficie, si scopre che gli uomini di Bersani e Letta non hanno più molto da condividere sulla linea da tenere, specie in materia economica: Boccia, che per il Pd ha seguito tutta la partita del federalismo, se la prende con uno di quelli che ha organizzato l’incontro aquilano, il responsabile economico del partito, Stefano Fassina. Reo non solo di aver preso parte al sit in della Fiom, ma di aver addirittura strattonato Letta, «vorrei che fosse in piazza anche lui in mezzo ai lavoratori». E se il numero due del partito non può reagire, ci pensa il suo fedelissimo Boccia, «fuori della grazia di Dio. Ma come, dopo aver detto no per due anni alla patrimoniale o ad aumentare le tasse sulle rendite finanziarie, se ne va ai cortei per lavarsi la coscienza? Sul lavoro, sul welfare e sulla politica economica possiamo tenere la posizione di Landini, Vendola e Di Pietro?». E se ciò non bastasse, basta leggersi i colpi di fioretto che si lanciano gli ex sodali Civati e Renzi: il primo anfitrione oggi a Bologna, in tandem con la Serracchiani, di un raduno in piazza Maggiore di post-rottamatori a braccetto con tanti big, Bindi, Franceschini, Zingaretti, Errani, Rossi; in un’iniziativa «non contro Bersani ma per l’unità del partito» insieme alla società civile. Renzi invece vuole «una cartolina solitaria» per dirla con Civati e prepara il suo «big bang» della Leopolda: strutturando le sue truppe in un’associazione che lo sostenga nella battaglia alle primarie. In tutto ciò Bersani prova a barcamenarsi come può: radunando sabato prossimo a Napoli 2000 giovani del Pd per far concorrenza a Renzi e chiamando a raccolta il suo popolo il 5 novembre in piazza San Giovanni a Roma. Dove arriveranno dal Piemonte anche i mille Moderati di Portas, che non si sa come riescono a sopravvivere nel Pd «fuori dalle correnti». E che si presenteranno ognuno «con una mela di Cavour da donare in segno di affetto ai romani che hanno sopportato il nubifragio e i black bloc».