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 2011  ottobre 23 Domenica calendario

QUEI 300 MILIONI VERSATI DAGLI USA AL RAÌS NEL 2008

Tira una brutta aria. Oggi non è alla famiglia di Gheddafi che penso, ma a Bassam e Saniya al-Ghossain, la cui figlia Raafat rimase uccisa a Tripoli il 15 aprile 1986.
Perse la vita a seguito dei folli raid aerei su Tripoli decisi dal presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan che in quel modo voleva vendicare l’assassinio di alcuni militari americani a Berlino per mano di uno dei pazzi seguaci di Gheddafi. Ebbi modo di assistere al suo funerale in Libia e da allora nel corso degli anni ho conosciuto bene i suoi genitori e siamo diventati amici. In realtà a Beirut sono tra i miei amici più intimi. L’altro ieri ho pranzato con loro. E sapete cosa mi ha detto Saniya del brutale assassinio di Gheddafi? “Sono contraria a queste cose. Sono contraria ad ogni forma di omicidio e di violenza”.
PECCATO che Hillary Clinton non sia riuscita a dire qualcosa di altrettanto umano. Ma – qualora ne avesse voglia, e ne dubito – potrebbe chiedere che fine hanno fatto i 300 milioni di dollari versati dagli americani a Gheddafi “a titolo di risarcimento” quando nel 2008 gli Stati Uniti decisero di ristabilire normali relazioni diplomatiche con la vecchia canaglia. I libici tirarono fuori un miliardo e mezzo di dollari per sistemare tutte le loro pendenze (Lockerbie, ecc.) mentre la somma corrisposta dagli americani doveva servire a risarcire le vittime e i feriti del raid del 1986. La famiglia al-Ghossain non ha visto nemmeno un centesimo di quel denaro. Hanno cresciuto ed educato l’altra figlia Kinda, che è sposata e ha da poco avuto il primo figlio. Bassam e Saniya oggi sono nonni. Sarebbe bello se la signora Clinton avesse la bontà di dedicare alcuni secondi del suo prezioso tempo per ricordare ai ragazzi del governo “di transizione” libico che hanno un debito e che debbono onorarlo. L’altro giorno al Cairo, sono tornato alla “Casa all’angolo”. Così durante i giorni caldi della rivoluzione egiziana avevo ribattezzato una vecchia villa fin-se-siècle. Era – ed è ancora – un edificio in rovina con le scale di marmo in frantumi, le pareti coperte di carta da parati in seta ormai a brandelli, il tetto che camminandoci e correndoci sopra cadeva pericolosamente. Era il posto perfetto per osservare i carri armati e per non farsi beccare dai cecchini. Era come stare in prima linea, al riparo degli stucchi delle finestre grondanti di storia, senza avere la più pallida idea di chi avesse vissuto in quella casa cento anni fa. Ci sono tornato nella “Casa all’angolo”. Dinanzi alla casa passavano molti giovani ben vestiti con valigette da uomini d’affari o da diplomatici. Nessuna indicazione sul proprietario.
Poi in fondo alla strada mi sono imbattuto in un anziano portiere con un solo dente in bocca. Credetemi: un solo dente, roba da non crederci. Gli ho chiesto a chi apparteneva la “Casa all’angolo”. Ha alzato il dito e ha tracciato il segno di una croce nell’aria, un gesto che gli arabi fanno quando parlano dei cristiani. Poi in arabo ha aggiunto: “In quella casa abitava Yussef Koudiam. Era cristiano. È morto, è andato in paradiso e ora si sta riposando lì”.
SEMBRANO storie uscite dalle penna di Dickens, ho pensato. Letteratura. Ovviamente la famiglia Koudiam è una delle famiglie copte dell’Egitto. E va in frantumi un altro piccolo tassello della storia della vecchia Beirut, la Beirut ottomana con i tetti rossi tanto amata da Lawrence d’Arabia. Questa volta tocca al palazzo Azar, devastato di recente (all’interno) da ignoti vandali, una meravigliosa “casa all’angolo” libanese, un gioiello destinato a non rivedere mai più i giorni del suo splendore. Il ministro del Tursimo è molto preoccupato (ovviamente) e ora agenti di polizia (altrettanto preoccupati) pattugliano l’edificio per impedire altri atti di vandalismo. Ma sono già cominciate le piogge invernali e quindi sta per svanire un’altra fetta del patrimonio artistico libanese. Questo accade quando la terra vale più degli edifici ormai ridotti in rovina e delle opere d’arte.
Quando (prima dell’era Murdoch) lavoravo al Times avevo un capo redattore Esteri di nome Ivan Barnes sul quale scaricavo sterminate quantità di articoli sugli animali destinati ad una apposita rubrica. All’epoca ero convinto che il lettore medio del Times fosse disposto a versare calde lacrime di commozione per la zampetta rotta di un labrador e non per i poveri profughi palestinesi che non avevano un tetto sulla testa. In occasione di una mia breve visita a Mosca (il nostro corrispondente a Mosca, che ringrazio per avermi dato una mano: era Shaun Walker, un uomo che aveva il mio stesso humour nero e che parlava russo alla perfezione) mi capitarono tre spunti di articoli che ritenni perfetti per Ivan. Anzitutto venni a sapere che un ufficiale dell’esercito russo, un certo Vyacheslav Gerzog, era stato condannato a pagare una multa di 202 mila rubli (qualcosa come 6 mila euro di oggi) per aver dato ai suoi soldati cibo per cani invece di carne in scatola.
Era ricorso ad un trucchetto ingegnoso. Aveva appiccicato sulla confezione del cibo per cani l’etichetta della carne in scatola “manzo di prima scelta”. Beh, perché no? Inutile dire che a finire in prigione per la bellezza di quattro anni fu il maggiore Igor Matveyev che aveva avuto l’ardire di postare il tutto su You-Tube. C’erano poi tre cacciatori di squali di Telyakovsky Bay (non lontano da Vladivostok) che avevano catturato uno squalo che, stando a quanto si diceva, aveva mozzato la mano di Denis Udovenko. Per trainare lo squalo a terra ci erano voluti 19 imbarcazioni e 60 pescatori. Ma era lo squalo sbagliato. Ma l’ultima è la migliore. L’agenzia stampa Vecherniye Vesti aveva scritto che – cito il Moscow Times – era “stato catturato uno struzzo albino” fuggito da un circo itinerante in Siberia.
TROVATA la gabbia aperta si era dato alla fuga e aveva preso a calci alcuni abitanti della cittadina di Petropavlosk-Kamchatsky. Un dipendente del circo, sempre secondo il giornale, “aveva consigliato alla popolazione di non avvicinare lo struzzo” sostenendo che era stupido, aggressivo e pericoloso. Ad onor del verro se fossi uno struzzo non vorrei quel dipendente del circo come padrone. In ogni caso un uomo che portava a passeggio il cane aveva visto lo struzzo e aveva telefonato al circo. Non capita tutti i giorni di imbattersi in uno struzzo albino. Ma ecco lo strepitoso finale della storia: “Il padrone ha detto che lo struzzo era bagnato fradicio, ma in buona salute. Poi i due sono tornati al circo in taxi”. Non vedo l’ora di vedere il film.
© The Independent
Traduzione di Carlo Antonio Biscotto