Lauretta Colonnelli, Corriere della Sera 21/10/2011, 21 ottobre 2011
VIE DELLA SETA
Fu un geografo tedesco, Ferdinand von Richthofen, zio di quel Manfred von Richthofen che è passato alla storia col nome di Barone Rosso, a coniare l’ espressione «Seidentstrasse», Via della Seta. Da allora - siamo nel 1877- evoca fasci di strade che si snodano come nastri lungo i deserti e le steppe, scavalcano fiumi e montagne, per migliaia di chilometri, dai paesi del Mediterraneo fino alla Cina e al Giappone. E lungo queste strade si immaginano carovane di mercanti che trasportano carichi preziosi: non solo seta, ma perle, gioielli, incenso, ambra, spezie e la finissima porcellana, la cui formula è rimasta per secoli sconosciuta in Occidente. Ad alimentare il fascino di queste traversate lente e leggendarie, hanno contribuito i resoconti di Marco Polo e dei viaggiatori cristiani e musulmani. Sono rarissime invece le testimonianze cartografiche antiche che rappresentano la Via della Seta. In Occidente gli unici esempi sono la Tabula Peutingeriana, l’ Atlas catalan e l’ opera cartografica di Fra Mauro. La prima è la copia di un’ antica carta romana che rappresentava le vie militari dell’ Impero all’ epoca della sua massima espansione intorno al IV secolo, includendo anche gli itinerari che giungevano fino ai limiti orientali della terra abitata, dove vivevano i Seres, la popolazione produttrice della seta, citata già da Virgilio nelle Georgiche. L’ Atlas è un documento di fine Trecento che include le visioni cosmografiche della tradizione medievale. L’ opera di Fra Mauro risale al 1450 ed è considerata la più completa rappresentazione in una mappa dell’ immagine del mondo mai realizzata in Occidente. Quest’ ultima, conservata nella Biblioteca Apostolica Vaticana, è ora esposta nella mostra «Vie della Seta» (aperta fino al 26 febbraio al museo delle Terme di Diocleziano), insieme a un centinaio di reperti raccolti lungo il tracciato dei percorsi verso l’ Oriente, che raccontano le civiltà del buddhismo, del cristianesimo e dell’ Islam tra il II secolo a.C. e il Cinquecento. Ma il documento intorno al quale è stata organizzata l’ esposizione arriva dalla Cina ed è presentato in assoluta prima mondiale dopo essere stato rinvenuto e acquistato in Giappone nel 2002 da una casa d’ aste di Pechino. Si tratta di una mappa cinese risalente agli inizi del Cinquecento, dipinta con inchiostri colorati su un rotolo di seta alto 59 centimetri e lungo più di tre metri. Vi sono raffigurati la Mecca e il Mar Rosso, Samarcanda e l’ osservatorio astronomico, le antiche città della valle dell’ Uzbekistan e l’ alta regione del Pamir nell’ Asia centrale, le città e i territori dello Xinjiang nord-orientale e infine le tombe musulmane e la Grande Oasi della provincia di Gansu. Il visitatore la troverà alla fine del percorso, dopo una passeggiata tra rilievi funerari provenienti da Palmira, argenti e frammenti di seta dell’ Iran sasanide tessuti con figure di animali fantastici, vetri e terrecotte dell’ Afghanistan, teste di Buddha del Pakistan e della Cina. Il tutto immerso in una messa in scena multimediale creata da Studio Azzurro, con videoinstallazioni che ridisegnano le antiche vie e intessono le storie dei popoli che grazie a quelle vie hanno mescolato le loro diverse culture. L’ esposizione nasce nell’ ambito della Biennale internazionale di cultura «Vie della Seta», organizzata da Zètema con la collaborazione di Armenia, Cina, Corea, Georgia, India, Indonesia e Turchia: un progetto che comprende undici mostre e coinvolge fino al prossimo febbraio diversi musei della Città. Le prossime inaugurazioni: il 22 ottobre, al Museo di Roma in Trastevere, «Il fascino di Beijing», con cento gigantografie di Pechino scattate da famosi fotografi; il 28, nel Chiostro delle Terme di Diocleziano, «Luci cinesi 1981/2012», un reportage di Enrico Rondoni che racconta il grande balzo in avanti della Repubblica popolare cinese negli ultimi trent’ anni.
Lauretta Colonnelli