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 2011  ottobre 16 Domenica calendario

ARTISTI, RE, ROVINE: LE MIE FOTO DEL ’ 900 - «A

ccozzaglie». Milton Gendel, 93 anni portati con la leggerezza, l’ ironia e l’ entusiasmo di sempre, indica l’ universo caotico che sei mesi fa si è trascinato dietro uscendo dallo studio di palazzo Doria Pamphilj a Roma e che ora è stipato nelle sale di palazzo Primoli: l’ archivio fotografico con oltre settantamila negativi, la biblioteca di circa diecimila volumi, i propri diari e le lettere di poeti, scrittori, aristocratici e regnanti, compresa la regina Elisabetta d’ Inghilterra, le opere degli artisti amici Toti Scialoja e Alexander Calder, Afro e Willem de Kooning, Tancredi e John Rudge. E, in mezzo alle stanze, un mucchio informe di mobili, tappeti, animali di ogni specie in pietra e bronzo, oggetti recuperati nei cassonetti o al mercatino di Porta Portese. Personaggio chiave del mondo intellettuale e mondano del dopoguerra, che ha costantemente documentato con la sua macchina fotografica, Milton Gendel negli ultimi decenni era stato quasi dimenticato. A riscoprirlo ci ha pensato la storico dell’ arte Peter Miller, che insieme a Barbara Drudi (nipote di Scialoja) si è tuffato nel suo archivio, ne ha estratto circa duecento immagini e le ha esposte al museo Bilotti e all’ American Academy a Roma. «In questi scatti scorre tutta la mia vita», dice Milton. «Guardi questa cupola. Non sembra una miniatura di quella di San Pietro? Era il mio studio, negli anni Quaranta. Si trovava, e si trova ancora, in cima al palazzo accanto al Flatiron Building, a Manhattan. Per raggiungerla dovevo salire dieci piani, attraversare con cautela il tetto in pendenza e arrampicarmi su per la scala a pioli fino ai finestroni della cupola. Prima di me l’ aveva usata l’ architetto del palazzo, amico di Theodore Roosevelt e appassionato di caccia grossa. L’ aveva riempita di teste imbalsamate, di corna e altri relitti animali. Ho eliminato tutto, dipinto le pareti di bianco e installato alcune sedie da gelateria in fil di ferro. Libri ovunque. Dopotutto mi consideravo uno studioso di storia dell’ arte. Ero stato assistente di Meyer Schapiro e avevo frequentato il laboratorio di stampa sperimentale di Stanley William Hayter, che studiava il metodo per applicare le tecniche surrealiste, compreso l’ automatismo, all’ arte della stampa». La cupola ha il suo fascino, in perfetto stile rinascimentale, ma solo a pensare di arrampicarsi di notte su quella scala a pioli vengono le vertigini. «Di notte non ci sono mai salito. Avevo una moglie, Evelyn, e un appartamento affacciato su Washington Square, la grande piazza da cui si dirama il Village. Le stanze quasi vuote, a parte qualche oggetto di recupero, come un enorme Cristo di cartapesta che avevamo dipinto in verde acido. Ma con tanti quadri. Ce li avevano regalati i nostri amici surrealisti. Scappati dall’ Europa in guerra, avevano colonizzato la zona intorno a Washington Square e ci vedevamo quasi tutte le sere. C’ erano André Breton e Robert Matta, Kay e Yves Tanguy, Jacques Lipchitz e sua moglie, Paul Goodman e Isamu Noguchi. E Anaïs Nin, terribilmente femminile e seducente con le sue velette». La scrittrice ha lasciato nei suoi diari una descrizione dei Gendel: «Evelyn e Milton sono giovani e spensierati. La loro casa è aperta a tutti gli artisti, che ricevono con instancabile ospitalità. Una sera, dopo essere stati a un concerto di John Cage, ne abbiamo fatto tutti l’ imitazione con padelle, cocci, bicchieri pieni d’ acqua, carta e latta. Milton Gendel ed Evelyn ci chiesero di andare da loro con i pastelli colorati a decorare il loro grande tavolo, come Robert aveva dipinto le mie panche. Ciascuno di noi ne dipinse un pezzetto». «Comunque - ricorda Milton - i giochetti con i surrealisti per me finirono con l’ arrivo della guerra. Anche se i critici sostengono che gli echi di quei trascorsi si sentono in tutte le mie foto dei successivi sessant’ anni e forse è vero che i principi estetici dei surrealisti mi sono serviti ad educare l’ occhio. La guerra risvegliò i miei corpuscoli interni color blu, bianco e rosso e la mia coscienza a stelle e strisce. Decisi di arruolarmi, contro il parere di Breton che considerava il mio gesto una bêtise , una sciocchezza. Addestramento nel genio dei guastatori e corso intensivo di mandarino, dodici ore al giorno per quattro mesi, in previsione di un trasferimento a Kunming, nello Yunnan, per insegnare ai soldati cinesi tutto quello che sapevo sull’ ingegneria di guerra: ponti componibili, esplosivi, tecnica del camouflage per nascondere obiettivi sensibili. Partii per Kunming nel 1945, poi passai a Shanghai, infine a Formosa, nell’ unità investigativa per i crimini di guerra che arrestò il generale Ando, governatore giapponese dell’ isola. Nel frattempo assistevo a uno dei più colossali traslochi dell’ umanità, il rimpatrio di tre milioni di giapponesi. Fu allora che sentii il bisogno di dedicarmi alla fotografia. Di superare la chiusura dei surrealisti verso il mondo reale. Di documentare quello che vedevo. Mi feci prestare una Leica e cominciai a scattare». Nel 1950 il lavoro di documentazione prosegue nella Sicilia devastata dai bombardamenti. «Ero arrivato a Roma da pochi mesi con una borsa di studio. In una trattoria in via Margutta incontrai Marjory Collins, già fotografa del New Deal e ora incaricata dal Dipartimento di Stato americano di documentare gli effetti del piano Marshall in Sicilia. Tra una pera e un pezzo di formaggio, mi chiese se volessi portarla in macchina in giro per l’ isola. Il mio macinino, una Balilla del 1938, era perfetta per quel viaggio. Potevamo avvicinarci alla gente, confonderci col paesaggio. Ripresi i danni provocati dalla guerra, ma ero attratto soprattutto dai particolari di un mondo arcaico che sentivo sarebbe scomparso nel giro di breve tempo. Mi affascinavano i luoghi pubblici vuoti e certe atmosfere enigmatiche che avevo scoperto quindici anni prima nei dipinti di De Chirico, in una mostra a New York. E poi scene di vita contadina, come i braccianti nei campi o i bambini che portavano gli ortaggi e la frutta al mercato con carretti vecchissimi tirati da asini minuscoli». C’ è già quella garbata ironia, quella sorta di brio, che diventeranno costanti delle foto di Milton, quando passerà a ritrarre il bel mondo che transita nella capitale: Mimì Pecci Blunt e Paul Getty, Mario Praz e Salvador Dalí, Leo Castelli e Giuseppe Panza di Biumo, Alighiero Boetti e André Chastel. «A Roma ero incantato dall’ arte antica e incuriosito dal fermento delle avanguardie. Dopo un anno avevo finito i soldi della borsa di studio, ma pur di restare non esitai a vendere la Balilla. Abitavo in un vasto appartamento in via Monserrato, con un vecchio soldato eritreo a servizio. Credevo che fosse una vita in grande stile. Finché non venne a pranzo Bruno Zevi, del quale stavo traducendo Saper vedere l’ architettura . Zevi guardò l’ ascaro che serviva a tavola, girò gli occhi sui mobili sgangherati e disse. "Tu vivi così?". Gli risposi allegramente che ci stavamo mangiando il paraurti della mia macchina. Il giorno dopo fui chiamato da Adriano Olivetti. Zevi aveva fatto in modo che mi assumesse come consulente culturale». L’ incarico gli permette di trasferirsi nel palazzo Pierleoni Caetani, sull’ Isola Tiberina. Vi abita con la seconda moglie, Judy Montagu, nipote di Winston Churchill e amica della principessa Margaret. «La casa era molto grande. Ospitavamo artisti americani e li mettevamo in contatto con quelli italiani. Passavano anche registi e scrittori. Antonioni si innamorò del palazzo e lo volle come set per il film L’ avventura . Con arredi e tutto, senza cambiare neanche un quadro. Quando ce n’ era bisogno, tinteggiavo io stesso le pareti. Stavo appunto tinteggiando, quando passa Calder e mi invita a pranzo in trattoria. A un certo punto si accorge che le suole dei miei mocassini sono bianche di calce, afferra una matita e vi disegna due facce. Tornai a casa scalzo, con i mocassini in mano e Calder che mi inseguiva gridando di rimetterli. Li feci sistemare subito in una bacheca». Margaret introdusse Milton alla corte inglese. Lui riuscì a ritrarre la famiglia reale che sguazza nella piscina del castello di Windsor e la regina Elisabetta in versione casalinga, mentre prepara hamburger per i suoi amati corgi, durante una vacanza di dieci giorni a Balmoral. «Era metodica, rapida, spiritosa. Prima di partire le chiesi se potevo farle un’ ultima foto. Mi rispose: "Nessun problema, ma sono molto sorpresa che abbia ancora scatti nel rullino"».
Lauretta Colonnelli