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 2011  settembre 24 Sabato calendario

APPARTAMENTO

& GIUNGLA - In certe serate di calura, quando le strade di Prati soffocano avvolte in una cappa di umidità bollente, basta varcare il portone di un palazzo umbertino per ritrovarsi di colpo in una specie di mondo parallelo, con un sentiero che si perde nel folto di una foresta. È il prodigio che Marina e Carlo Ripa di Meana hanno creato nel giardino condominiale sul quale si affaccia l’ appartamento affittato una quindicina di anni fa dalla famiglia del regista Giorgio Barberio Corsetti. «Quando siamo arrivati - racconta Carlo - era il solito giardino stretto tra i palazzi. Però aveva quattro bellissime palme». Loro, tra le palme, hanno piantato una selva di bambù. In mezzo, un viottolo lastricato di mattoni in cotto, che si allarga in cinque piazzole per ospitare tavoli e divani colmi di cuscini colorati. La parte del giardino adiacente alla casa è stata lasciata incolta ed è un miracolo scoprire di che cosa siano capaci quelle che di norma vengono considerate erbacce, strappate con costante ferocia dai giardinieri laureati, spesso sterminate senza pietà con litri e litri di diserbanti. Qui, lasciate in pace dalla coppia nota per l’ impegno ambientalista - Carlo è presidente della sezione romana di Italia Nostra e del Comitato nazionale del paesaggio - sono cresciute fin oltre un metro, in una gran varietà di foglie e di verdi, che accentuano l’ aspetto selvaggio dello spazio, sbaragliando il senso di costrizione che si prova di solito in un fazzoletto di terra chiuso tra le mura. Senza contare che l’ effetto è ottenuto a zero costi di manutenzione. Sul giardino si aprono quasi tutte le finestre dell’ appartamento al pianterreno. La prima impressione è che anch’ esso sia stato lasciato allegramente incolto. Con un risultato felice: la trasformazione di un’ austera abitazione borghese in una specie di opera d’ arte, realizzata con i cimeli di un’ esistenza esuberante e in continua evoluzione. «La nostra casa mobile», la chiama Marina. Che usa come vetrina di esposizione per i suoi accessori coloratissimi le pareti del lungo corridoio, tipico degli appartamenti di questo quartiere, come quello dove Ettore Scola ambientò «La famiglia», per intenderci. Qui, su mensole strette, ecco una sfilata di scarpe dal tacco vertiginoso. Il tratto successivo della parete è disseminato di cappellini come piccole sculture. Di fronte, una profusione di collane. Più avanti, le due biciclette elettriche usate per gli spostamenti in città. Sul corridoio si affacciano le stanze, dove vivono, oltre a Carlo e a Marina, i loro quattro carlini Moka, Mango, Mela e Risorisotto. E il giovane Andrea, prima assistente tuttofare e infine figlio adottivo. «Una signora che lavorava nel mio laboratorio di sartoria era amica della mamma di Andrea. Mi disse che c’ era questo ragazzo che aveva una passione per la moda e le proposi di farlo venire a Roma», racconta Marina. «I genitori - continua Carlo - sono di Morra d’ Alba e lavorano la terra. All’ inizio erano turbati da questa storia dell’ adozione, poi si sono rasserenati. Andrea li va a trovare spesso e, accanto al nostro cognome, ha mantenuto quello d’ origine. Abbiamo passato anche dei Natali tutti insieme, a Morra». In fondo al corridoio troneggia la «Sentinella» di Beverly Pepper, scultrice statunitense allieva di Léger. «Me la regalò un ammiratore negli anni Sessanta - ricorda Marina - e da allora mi segue ovunque, come una guardia del corpo». Nel salotto convivono la Bicicletta-scultura di Erika Calesini, una tela di Giulio Turcato, un quadro di Allen Jones e disegni di Franco Angeli, Fabrizio Clerici, Marco Tirelli. Di Franco Angeli, il pittore che fu tempestoso compagno di Marina negli anni Sessanta e che è stato appena celebrato in una mostra ai Mercati di Traiano organizzata da Carlo, c’ è anche il letto, riadattato a divano. Accanto a due poltrone scolpite nel legno, un po’ scomode. «Mi piacciono perché non consentono visite lunghe», commenta Carlo. Lui ha raccolto nel suo studio una piccola galleria degli affetti. C’ è il ritratto, eseguito dal pittore Enrico Arcioni, del nonno materno Carlo Schanzer, nato a Vienna nel 1865 da genitori ebrei profughi da Leopoli e più volte ministro del governo italiano. «Gli assomiglio, vero?». Due gocce d’ acqua. Sulla scrivania, le foto della mamma Fulvia, del padre Giulio, dei due matrimoni con Marina. Il primo civile, nel 1982, testimoni Alberto Moravia e Goffredo Parise, Bettino Craxi e Antonio Giolitti, che si detestavano e in ogni scatto si danno ostentatamente le spalle. Il secondo, religioso, risale a una decina di anni fa, dopo che Marina fu operata per un tumore al rene. Oggi si accinge a scrivere «I miei primi settant’ anni», seguito ideale del celebre «I miei primi quarant’ anni». Rivela l’ incipit: «Un tempo avevo quarant’ anni. Un cappuccino, un cornetto e sono già settanta».
Lauretta Colonnelli