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 2011  settembre 23 Venerdì calendario

NOSTRA MADRETERRA

Giunto alla decima edizione, il Festival di fotografia festeggia l’ anniversario con una collettiva dedicata al tema Motherland, Madreterra, con autori italiani e stranieri che presentano i loro scatti al Macro Testaccio e in altre sedi espositive come le accademie e gli istituti di cultura stranieri, Palazzo Valentini e il Museo civico di zoologia, la Casa dell’ architettura e l’ Auditorium Parco della musica, il museo Bilotti e quello di Roma in Trastevere. Al Testaccio, nei due padiglioni della Pelanda, sono ospitati una quarantina di fotografi. Il percorso inizia con le immagini di Alec Soth al quale è stato chiesto di ritrarre la capitale in totale libertà. Il risultato? La città, nel mirino del suo obiettivo, diventa «La belle Dame sans merci», espressione che il fotografo americano ha rubato a una ballata di John Keats, il poeta inglese morto a Roma il 23 febbraio 1821 e qui sepolto al cimitero acattolico. Attraverso singole immagini evocatrici - una Venere di marmo, una serpe, una ragazza dai lunghi capelli rossi scompigliati dal vento - la città appare come in un sogno avvelenato, come la signora senza pietà che rende schiavi dei versi di Keats. Soth espone anche, con alcune immagini tratte dal suo primo libro «Sleeping by the Mississipi», nella collettiva che raccoglie lavori mai presentati in Italia di importanti fotografi internazionali, da Guy Tillim a Tim Davis, da David Spero, a Leonie Purchas, da David Farrell a Tod Papageorge, da Paolo Ventura ad Antonio Biasiucci, da Anders Petersen a Guido Guidi. Otto piccole personali sono dedicate ad altrettanti italiani emergenti, tra i quali spicca per originalità Valentina Vannicola che ha inscenato, con un lavoro da regista, l’ Inferno dantesco nelle campagne dell’ alto Lazio, coinvolgendo la gente locale che si è prestata ad impersonare le anime dannate. Interessante anche il lavoro di Alessandro Imbriaco, che da tre anni scandaglia i luoghi più nascosti di Roma documentando la vita di nomadi ed emarginati con fotografie che ritraggono le loro precarie abitazioni costruite con cartoni e stracci nel folto dei cespugli o nelle tane offerte dagli antichi ruderi. Ancora alla Pelanda si possono vedere la mostra con i lavori dei giovani fotografi latinoamericani che hanno partecipato al Premio ILA e quella dedicata ai più interessanti libri fotografici giapponesi degli ultimi due anni. Fuori da Testaccio, da vedere, a Villa Medici, la personale di Eric Poitevin, che parte dai ritratti in bianco e nero della serie «Religieuses», realizzata a Roma verso la fine degli anni Ottanta, durante il soggiorno come borsista all’ Accademia di Francia, per arrivare alle opere più recenti di formato monumentale che rappresentano paesaggi in cui lo sguardo dello spettatore si perde in un intrico di rami nudi e neri, con il dubbio di essere davanti a un disegno a carboncino più che a uno scatto. Alla Reale Accademia di Spagna sfilano i fotografi del collettivo Pandora, che ritraggono uomini e donne migranti ai confini dell’ Africa, del Messico, del Medio Oriente. All’ American Academy si possono vedere i ritratti del grande Milton Gendel, mentre il Museo Bilotti dedica al grande fotografo americano, da sessant’ anni residente a Roma, un’ antologica con i lavori dagli anni Quaranta ad oggi. Infine un’ annotazione sul catalogo, che avrebbe potuto essere un documento prezioso e invece risulta confuso e disordinato, con didascalie da leggere con la lente di ingrandimento.
Lauretta Colonnelli