Gilberto Corbellini, Domenica-Il Sole 24 Ore 23/10/2011, 23 ottobre 2011
CONVIVERE CON IL CANCRO
Esattamente trent’anni fa l’oncologia italiana toccava il punto forse più alto di prestigio e notorietà internazionale. Umberto Veronesi e la sua équipe dell’Istituto italiano dei tumori pubblicavano sul New England Journal of Medicine la prova che la chirurgia conservativa nel trattamento del cancro del seno precoce non dà risultati inferiori alla mastectomia radicale. Da quel momento era possibile utilizzare un intervento chirurgico meno aggressivo e mutilante per le donne, senza compromettere le aspettative di sopravvivenza. Quel successo, che nel tempo ha cambiato la percezione del rischio del cancro del seno da parte delle donne, completava un decennio formidabile: iniziato con la dimostrazione dell’efficacia antitumorale di una classe di antibiotici, le antracicline, isolati da Federico Arcamone e Aurelio De Marco lavorando nei laboratori di Farmitalia, e segnato da due sperimentazioni, guidate da Gianni Bonadonna, che scoprivano l’efficacia di altrettanti trattamenti chemioterapici in aiuto alla chirurgia.
Di questi quattro importanti eventi storici, la dettagliata Biografia del cancro di Mukherjee ne ricorda solo uno, la sperimentazione che gli oncologi statunitensi affidarono a Bonadonna, e che dimostrò l’efficacia della chemioterapia adiuvante nel prevenire una recidiva di cancro del seno ogni sei donne trattate. Anche se si presenta come un libro sulla storia del cancro, in realtà riguarda la complessa storia della ricerca e della lotta contro il cancro negli Stati Uniti, per cui tutto ruota attorno alle ricadute dell’ingente investimento economico e del coinvolgimento politico profusi nel campo dell’oncologia in quel Paese a partire da metà anni Sessanta. E i richiami a vicende storiche più antiche servono solo a dare profondità culturale alla narrazione, che prende anche regolarmente spunto dall’esperienza clinica dell’autore. Il fulcro simbolico di tutta la vicenda è la dichiarazione di guerra contro il cancro da parte di Richard Nixon nel 1971, forse anche per distogliere l’opinione pubblica da un’altra guerra, di cui già s’annunciava per gli Stati Uniti la sconfitta militare (Vietnam). Di fatto hanno poi perso anche la guerra medica, come spiegano diversi articoli apparsi negli ultimi anni in quel Paese. Verosimilmente, Mukherjee ha scritto questo libro, sostenuto "psicologicamente" da alcuni dei comandanti che hanno guidato l’esercito di scienziati e clinici reduci da quella guerra, a partire dal premio Nobel Harold Varmus che ha anche diretto i National Institute of Health sotto l’amministrazione Clinton, per rimediare alla crescente percezione pubblica che si sia spesa una montagna di soldi con davvero scarsi risultati. Il libro racconta un’epopea che, giustamente, non può essere valutata solo nei termini del mancato raggiungimento di un obiettivo. Che, solo oggi, sappiamo non realistico. Il cancro non sarà mai sconfitto. Al più, conoscendone sempre meglio la flessibile fisiologia, si riuscirà a farlo diventare abbastanza frequentemente una malattia cronica.
A parte la pessima scelta di traduzione del titolo – l’originale è L’imperatore di tutte le malattie (tra "malattie" e "male" ce ne passa!) – si tratta di un libro formidabile. Che, anche grazie all’eccellente qualità, può essere letto proprio come il canto del cigno di un’idea dell’oncologia in via di superamento. La ricerca delle cause del cancro, a partire dalla nascita della medicina scientifica, ma anche nell’immaginario medico prescientifico, ha considerato questa patologia una sorta di entità parassitaria, che emerge e si rende autonoma in quanto scatenata o da fattori esterni (cancerogeni di varia natura) o interni (alterazioni nella struttura del materiale genetico). Il cancro, quindi, come qualcosa di estraneo al modo normale di funzionare della vita. Il modello parassitario ha finora ispirato tutte le strategie di lotta, traghettando il linguaggio militare direttamente dalle vittoriose battaglie contro le malattie infettive: l’obiettivo è di bonificare il corpo sradicando il cancro chirurgicamente o chimicamente.
Sul piano eziologico, si è consumata negli ultimi decenni una guerra strisciante tra chi (gli epidemiologi) dice che le cause del cancro sono ambientali, e chi (i biologi molecolari) mette l’enfasi sulle basi genetiche. Queste visioni semplificate del cancro hanno indiscutibilmente portato a risultati conoscitivi e a strategie di gestione della malattia di straordinaria rilevanza. E Mukherjee ne dà conto con una precisione e, allo stesso tempo, una chiarezza che solo la letteratura scientifica anglosassone riesce a toccare. Non pochi argomenti complessi, come la scoperta del ruolo delle traslocazioni cromosomiche nell’origine di alcune leucemie, la scoperta degli oncogeni e dei geni oncosoppressori o le discussioni sulle procedure per dimostrare il ruolo causale di un ipotetico fattore eziologico, vengono ricostruiti in modo essenziale ma esauriente.
Nessun rammarico o giudizio per il fatto che gli oncologi finora hanno lavorato con idee o modelli biologici del cancro troppo semplificati per coglierne la vera natura. Solo che insistere nel difenderli produce discorsi tra il manicheo, il meccanicista o il nebuloso. Pur essendo consapevole dell’esigenza di guardare il cancro da un punto di vista diverso, cioè come qualcosa di connaturato più con la vita che con la morte, Mukherjee non coglie tutti i segnali che annunciano il cambiamento di paradigma. Per esempio il formidabile esperimento effettuato qualche anno fa di riprogrammazione del genoma di una cellula tumorale mediante clonazione, e la caratterizzazione della progressione tumorale come un processo darwiniano, di tipo somatico, preludono a una visione più dinamica del cancro. Da cui si possono ricavare strategie di lotta più realistiche ed efficaci. Senza dimenticare che il problema del cancro è anche il prezzo che paghiamo per aver trasformato l’ambiente talmente a fondo, che si può nascere con un’aspettativa di vita che è tre volte quella dei nostri antenati cacciatori-raccoglitori. Se il cancro ci preoccupa tanto, quindi, è perché le nostre cellule si replicano per più tempo. Insomma, paradossalmente, è un segno del fatto che stiamo molto meglio.