Luca Davi, Il Sole 24 Ore 23/10/2011, 23 ottobre 2011
I SEI MESI TORMENTATI DI BPM
Un patrimonio da ricostruire in fretta, un nuovo sistema di governance da rimettere in piedi, multe e richieste di chiarimenti da parte della Consob, dure prese di posizione di Banca d’Italia. E poi attacchi incrociati, dossier, scontri interni. Sullo sfondo, intanto, una banca sostanzialmente bloccata, in attesa di ripartire: eccoli, gli ultimi sei mesi di storia della Banca Popolare di Milano.
La telenovela di Piazza Meda inizia a metà dello scorso aprile, quando negli uffici milanesi della banca arriva una dura lettera firmata dal Governatore di Bankitalia Mario Draghi. Le richieste sono chiare e urgenti: alla banca servono un’ampia ricapitalizzazione da varare entro giugno; più efficienza, da raggiungere arrivando alla fusione delle banche controllate; una revisione della governance che metta un freno allo strapotere dei sindacati-azionisti sul consiglio di amministrazione. Non solo: la Vigilanza chiede un aumento delle deleghe di voto per i soci non dipendenti. Una richiesta, quest’ultima, che sarà il nodo gordiano attorno al quale si avviteranno contrasti e discussioni interne nei mesi a seguire, soprattutto tra chi teme - come gli Amici della Bpm, il parlamentino sindacale che gestisce le sorti dell’istituto - che una mossa simile spalanchi le porti ad azionisti esterni intenzionati a prendere il controllo della banca.
Un’ipotesi che fa paura. Soprattutto perché nel frattempo va rafforzato il capitale: subito si parla di 600 milioni di aumento ma ben presto si fa strada l’ipotesi di una ricapitalizzazione shock di 1,2 miliardi, quasi il doppio della stessa capitalizzazione di Borsa del titolo. Lo scossone di Bankitalia genera peraltro un effetto collaterale ma immediato: a sorpresa, dalla banca esce di scena il direttore generale Fiorenzo Dalu. È l’inizio di maggio, e il presidente Massimo Ponzellini prova così a cavalcare il malcontento nei confronti dello stesso Dalu (al suo posto entrerà il condirettore generale Enzo Chiesa) proprio da parte delle componenti sindacali maggioritarie in Bpm che chiedono di voltare pagina rispetto alla gestione passata.
Non sono giorni facili, quelli, per i vertici della banca. A creare parecchi imbarazzi è il prestito convertendo 2009-2013 da 400 milioni, il cui collocamento "spinto" da parte della banca costa a tre alti dirigenti una multa Consob e l’apertura di un fascicolo da parte della Procura di Milano. Così, mentre il titolo perde più del 35%, nei corridoi dell’istituto il clima inizia a farsi rovente per la partita dell’aumento delle deleghe: tutti, in Bpm, sanno che un eventuale no alle richieste di Bankitalia rischia di creare guai a un istituto che è sotto la lente della Vigilanza. Eppure, il 25 giugno, la sorpresa: l’assemblea straordinaria dei soci si schiera contro l’innalzamento delle deleghe di voto. È un terremoto, tanto che uno dei consiglieri, Franco Debenedetti, dà le sue dimissioni. Ma se con questo gesto la banca prova a fare barricate contro un eventuale blitz esterno, è anche vero che il guanto di sfida nei confronti di Bankitalia è lanciato.
E mentre la stessa cifra della ricapitalizzazione, complice il complicato momento azionario, inizia ad essere rivista al ribasso (fino agli 800 milioni approvati ieri dall’assemblea), all’interno della banca monta il dibattito sull’ingresso di nuovi soci, che diventeranno i protagonisti delle cronache recenti. I sindacati dei bancari aprono le porte del capitale all’ingresso della Sator di Matteo Arpe e dei suoi rappresentanti nel cda della banca. Ma proprio quando i sindacati nazionali, a inizio settembre, danno l’ok all’ex manager di Capitalia, spunta lo sfidante: è Andrea Bonomi, numero uno della holding finanziaria InvestIndustrial. Al suo fianco ci sono gli Amici di Bpm, il management dell’istituto e i sindacati interni. È l’inizio di un lungo duello arrivato a conclusione solo ieri. Uno scontro culminato, nei giorni scorsi, con l’uscita sulla stampa del dossier relativo alla spartizione delle nomine e delle promozioni della Banca, gestite direttamente dai sindacati interni, che provoca un nuovo strappo tra alcuni sindacati nazionali e i referenti interni. E che crea nuovi attriti con Bankitalia, che avvia ulteriori verifiche sulla governance e nel frattempo inserisce in maniera coattiva il tema dell’innalzamento delle deleghe. Il resto è cronaca di ieri. Con la sconfitta di Marcello Messori, ex presidente di Assogestioni, candidato da Fiba e Fiba. E la vittoria di Filippo Annunziata, nuovo presidente del Cds, grazie al supporto degli Amici di Bpm, e del "suo" Andrea Bonomi. A loro toccherà rimettere in moto una banca che da troppo tempo è in attesa di capire da chi è guidata.